— Ma v’ingannate, — protestò Ruth. — Ogni forma d’arte ha i suoi limiti. (Lei faceva il possibile per ricordare una conferenza sulla convenzione nelle arti, sentita all’Universilà). In pittura non avete che due dimensioni sulla tela; eppure accettate l’illusione delle tre dimensioni che l’arte del pittore gli permette di rappresentare. Per la letteratura, accade lo stesso; voi trovate perfettamente legittimo che l’autore vi descriva i pensieri intimi della sua protagonista, eppure sapete che essa era sola e che nè l’autore, nè alcuno poteva sapere ciò che lei pensasse. E lo stesso accade nel teatro, nella scultura, nell’opera lirica, in tutte le manifestazioni dell’arte. Certe cose inevitabili debbono essere accettate.

— Sì, capisco, — fece Martin. — Ogni arte ha le sue forme convenzionali.

(Ruth si stupì udendo questa frase; si sarebbe detto ch’egli avesse studiato all’università, anzichè spigolato a caso nei libri della biblioteca). Ma le convenzioni debbono accostarsi alla realtà. Noi ammettiamo che degli alberi dipinti grossolanamente su cartone e drizzati a ciascun lato della scena rappresentino una foresta; bene; ma, d’altra parte, non ammetteremmo che questa foresta possa essere rappresentata da un paesaggio marino; sarebbe illogico, un’illogicità che non possiamo accettare. E voi stessa non potete, cioè non dovreste, ammettere che le smanie ridicole, i contorcimenti e le smorfie penose dei due pazzi di questa sera siano considerate come manifestazioni d’una scena d’amore.

— Non vi credete, per caso, superiore a tutti i critici musicali, no?...

— No, no: per ora almeno, no! Io faccio uso del mio diritto individuale, semplicemente. Vi ho detto ciò che ne penso, per farvi capire perchè gli sgambetti elefantini della signora Tetraloni mi sciupano la musica. I grandi giudici musicali possono avere ragione tutti quanti; ma io sono io, e non assoggetterò il mio gusto al giudizio concorde del pubblico. Se una cosa non mi piace, non mi piace, ecco; e nulla al mondo me la farà piacere per scimmiottatura, perchè piace a gran parte de’ miei contemporanei, o perchè fanno finta che piaccia.

I miei gusti e le mie antipatie non possono seguir la moda.

— Ma, sapete, per capir la musica occorre un’educazione musicale. — obiettò Ruth, — specialmente per l’opera lirica. Non credete che...

— Che non sia abbastanza colto per l’opera lirica? — domandò lui vivacemente.

Lei fece un segno affermativo.

— Appunto, — disse lui. — E mi considero fortunatissimo di non essere stato educato da piccolo. Se lo fossi stato, questa sera avrei versato dolci lacrime, e le buffonerie ormai vecchie di quella coppia delirante avrebbero fatto risaltar meglio, ai miei occhi, la bellezza della loro voce e quella della musica. Avete ragione; sì, è questione d’educazione. Ma ormai sono troppo vecchio; mi occorre della verità, o niente affatto. Un’illusione che non è altro che una parodia è una vile e semplice menzogna; ed ecco l’effetto che produce in me la grande opera, quando il piccolo Barillo, come arrabbiato a un tratto, s’affanna a schiacciare col suo petto la voluminosa Tetraloni anch’essa arrabbiata, e le urla all’orecchio quanto l’adori.