Nuovamente, Ruth lo condannò in nome dei pregiudizi e della sua fede nella Cosa Stabilita. Perchè doveva aver ragione contro il parere della gente colta? Quei discorsi e quei pensieri non producevano alcuna impressione in lei. Essa avevo troppo rispetto delle idee ufficialmente accreditate, per concedere la minima simpatia alle idee rivoluzionarie. La musica e l’opera lirica le erano sempre piaciute, come piacevano alle persone ch’essa frequentava. Con qual diritto Martin Eden, appena uscito dai «Rag-times» e dalle canzoni popolari, s’erigeva a giudice della musica dell’ambiente di lei?...

Mentre gli camminava al fianco, essa s’innervosiva e si sentiva vagamente ferita nell’orgoglio; pure sforzandosi d’essere molto indulgente, considerava quella manifestazione d’idee come un capriccio di pessimo gusto, una monelleria un po’ fuori posto. Ma quando, davanti al portone di casa, egli la strinse con tenerezza fra le braccia e la baciò amorosamente, lei dimenticò tutto.

E dopo, col capo sul cuscino, lei si domandò, con un senso di stupore, come faceva spesso da un po’ di tempo, come mai avesse potuto amare un uomo così strano e come l’amasse nonostante l’opposizione dei suoi.

Il giorno dopo, Martin Eden, messo da parte il giornalismo, ancora vibrante della discussione della sera precedente, si mise a scrivere un saggio che intitolò: «Della Filosofia dell’illusione«, e, finitolo d’un fiato, lo affrancò e lo spedì subito. Ma dovette affrancarlo parecchie volte, dopo, e rispedirlo spesso durante i mesi che seguirono.

CAPITOLO XXV.

Maria Silva era povera, e nulla di ciò che la povertà comporta le era estraneo. Per Ruth, essere povero, significava semplicemente vivere un genere di vita privo di divertimenti; questo è quanto ella conosceva al riguardo. Sapeva che Martin era povero e paragonava volentieri le sue condizioni con quelle di Abramo Lincoln giovane, del signor Butler o di qualche altro giunto poi alla prosperità. D’altra parte, pur pensando che la povertà non avesse in sè nulla di allegro, era convinta, da buona borghese, che fosse una cosa salutare e una specie di eccellente frustata per spingere al successo ogni uomo non nato irrimediabilmente schiavo. Il conoscere che Martin era così povero, che aveva impegnato l’orologio e il soprabito non la turbò dunque. Lei considerava persino questo fatto come molto soddisfacente, pensando che prima o poi si sarebbe stancato di quella vita e deciso ad abbandonate la letteratura. Lei non aveva mai indovinato la fame sul volto di Martin, le cui gote s’incavavano sempre più, di giorno in giorno; osservava, anzi, il mutamento con soddisfazione; egli le sembrava più affinato, perdeva un po’ di quell’animalità vigorosa che l’attraeva e le ripugnava. Talvolta, quando gli occhi di lui avevano una lucentezza più febbrile, lei se ne rallegrava, perchè le pareva che rassomigliasse più a un dotto o a un poeta, come lei in fondo avrebbe avuto piacere che egli fosse. Ma Maria Silva vide ben altro nelle guance incavate e negli occhi febbrili del suo locatario, e osservava i cambiamenti di giorno in giorno, secondo le alternative della borsa. Lo vedeva andar via col soprabito e ritornar senza, sebbene l’aria fosse rigida e pungente. Quel giorno le sue guance s’erano riempite un po’ e la febbre degli occhi s’era attenuata. Lei vide anche sparire la bicicletta e l’orologio e, a ogni sparizione, migliorare momentaneamente l’aspetto del volto. Misurò anche l’intensità del suo lavoro dalla quantità d’olio che bruciava la notte e capì che egli la superava nel lavoro, benchè quello di lui fosse diverso dal suo. Rimase però stupita dal fatto che meno egli mangiava e più lavorava. Talvolta, quando le pareva che il bisogno si facesse troppo sentire, gli mandava del pane tostato da lei, con la scusa che certamente egli non sapeva farlo così bene; oppure gli mandava, per mezzo d’uno dei marmocchi, una gran ciotola di minestra, pur domandandosi se aveva il diritto di privarne la sua nidiata. E Martin gliene era grato, giacchè conosceva la vita dei poveri e sapeva che se c’è della carità sulla terra, quella era la vera.

Un giorno che Maria aveva sfamato la sua nidiata con tutto ciò che rimaneva in casa, e speso gli ultimi dieci soldi per l’acquisto d’un litro di vinello, Martin, entrato in cucina per chiedere dell’acqua, fu invitato a sedersi e bere un bicchiere con lei. Egli bevve alla salute di lei, e lei bevve alla salute di lui, poi alla buona riuscita dei suoi affari, ed egli bevve alla speranza che James Grant le pagasse il conto della lavatura (James Grant era un carpentiere che lavorava a giornata, non pagava volontieri e doveva a Maria quindici lire).

Maria e Martin bevvero il loro litro, e per lo stomaco vuoto e per l’aspro vino nuovo, sentirono in breve i fumi alla testa. Sebbene diversi, la loro miseria era uguale, e, sebbene tacitamente ignorata, l’indulgenza li accostava. Maria rimase impressionata quando seppe ch’egli era stato nelle Azzorre, dove lei aveva vissuto sino all’età di undici anni: e lo fu di più nel sapere ch’egli conosceva le isole Hawai dove ella aveva emigrato poi colla famiglia. Ma la sorpresa divenne stupore quando egli le disse ch’era stato a Mani, l’isola dove lei s’era maritata. A Kalului, dove lei aveva conosciuto suo marito, egli era stato due volte. Sì, lei ricordava i piroscafi carichi di zucchero, ed egli, Martin, era a bordo di essi! Veramente il mondo è piccolo! E Wailuku! anche là! Conosceva il capo della piantagione?... Sì, aveva persino bevuto qualche bicchiere con lui. Così tutt’e due rievocavano il passato, ingannando la fame col vinello aspro. L’avvenire parve a Martin meno nero; il successo gli tremolava sulla punta delle dita come una stella; in breve, egli lo avrebbe afferrato. Poi osservò la faccia solcata di rughe della donna logorata, invecchiata dal lavoro, ricordò le minestre e le pagnotte, e una calda ondata di riconoscenza e di filantropia gli gonfiò il petto a un tratto.

— Maria! — esclamò egli a bruciapelo. — Che vorreste avere?

Ella lo guardò impacciata.