Era proprio una notizia straordinaria: la piccola busta non conteneva manoscritti, dunque doveva contenere un’accettazione. Egli aveva mandato alla Transcontinental «L’appello delle campane», racconto tragico, di cinquemila parole.
Poichè le riviste principali pagavano sempre all’accettazione del manoscritto, la busta doveva contenere evidentemente uno chèque. Calcolando a dieci centesimi la parola, e 100 lire il migliaio, lo chèque doveva essere di cinquecento lire. Cinquecento lire!... Lacerando la busta, egli sommò mentalmente i suoi debiti: doveva 16 lire al droghiere, 20 lire giuste al macellaio; 25 al fruttivendolo; 61 lire in tutto. Poi c’era la camera: 12 lire, più un mese d’anticipo, 12 lire; due mensili per la macchina da scrivere, 40 lire, e un mese d’anticipo, 20 lire: in tutto 145 lire. E per finire, i suoi pegni, più gl’interessi: orologio, 26 lire, soprabito, 26 lire, bicicletta, lire 38,50; vestito, 26 lire, e il 60% d’interesse; ma che cos’era tutto questo? In tutto, lire 271,50. Gli rimanevano dunque in tasca dopo aver pagato tutti i debiti, lire 218,50, pagando anticipatamente un mensile per la macchina e un mese di pensione.
Egli aveva finito col ritirare dalla busta un foglio dattilografato, e l’aveva spiegato... Non conteneva chèque alcuno. Egli frugò nella busta, la guardò contro luce, e finalmente, non credendo ai suoi occhi, la disfece interamente, con dita tremanti... Non c’era chèque. Lesse la lettera, rigo per rigo, sorvolando le lodi dell’editore, per giungere alla sola cosa importante, la ragione dell’assenza di chèque. Non ne trovò, ma trovò altra cosa, che lo fece a un tratto venir meno. La lettera gli scivolò dalle mani, egli cadde sul cuscino, gli occhi gli vacillarono, e quando egli s’ebbe tirate addosso le coperte si sentì di botto il corpo percorso da un gran brivido. Venticinque lire per «L’appello delle campane», venticinque lire per cinquemila parole! Invece di due soldi la parola, dieci parole per un soldo. E l’editore, per giunta, si congratulava con lui! Lo chèque gli sarebbe mandato subito dopo la pubblicazione del racconto. Allora, quei due soldi la parola, al minimo, pagati in anticipo erano una vendita di fumo! Egli non avrebbe mai tentato di scrivere, se avesse saputo che le cose stavano così; si sarebbe sistemato per amore di Ruth. Ricordò il giorno in cui aveva scritto la prima volta e rimase spaventato dall’enorme tempo perduto, per un soldo dieci parole! Dunque, tutto ciò che si diceva circa i grandi proventi degli autori «arrivati» doveva esser falso. La Transcontinental si vendeva a una lira e 25, ed era proclamata, dalla sua pomposa ed artistica copertina, come una delle prime riviste illustrate. Era un periodico serio, rispettabile, nato molto prima di lui, Martin, e aveva continuato le sue pubblicazioni senz’alcuna interruzione. Tutti i mesi, sulla copertina, appariva una frase d’uno dei grandi pontefici della letteratura, che proclamava l’azione benefica della Transcontinental, la quale, pubblicandogli le prime elucubrazioni, gli aveva dato il modo di diventare illustre.
E proprio la Transcontinental, la rivista ispirata dagli dei, pagava 25 lire 5.000 parole! Quel grande pontefice era morto all’estero, — però nella più nera miseria, — cosa molto naturale, questa, dato il modo generoso di pagar gli autori.
Ebbene! egli aveva abboccato all’amo: i grandi giornali mentivano quando parlavano degli scrittori e del compenso che davano loro; ed egli aveva perduto due anni. Ma ora, era proprio finita: non avrebbe scritto più un rigo. Avrebbe fatto secondo la volontà di Ruth, come tutti volevano che facesse; si sarebbe creata una «posizione». Questa decisione gli fece pensare a Joe, che vagabondava per monti e per valli, senza far nulla; e Martin emise un sospirone d’invidia.
La reazione di quel regime di diciannove ore di lavoro per tanto tempo si faceva sentire. Soltanto, ecco: Joe non era innamorato, e se mangiava il pane del vagabondo la cosa riguardava lui soltanto; mentre egli, Martin, aveva uno scopo, pel quale lavorare! Domattina, di buon’ora, sarebbe andato in cerca di una sistemazione; e avrebbe fatto sapere a Ruth che s’era ricreduto e che non desiderava di meglio che entrare nello studio di suo padre.
Venticinque lire cinquemila parole, dieci parole per un soldo, come incoraggiamento all’Arte! La delusione, la menzogna, l’infamia di tutto ciò l’assillarono; sotto le palpebre chiuse, scottanti, facevano ridda in cifra di fuoco le 15 lire ch’egli doveva al droghiere. Egli rabbrividì e sentì che le ossa gli dolevano; anche le reni gli dolevano; e sentiva male alla fronte, alla nuca, al cervello; la testa gli pareva smisuratamente gonfia, e il dolore alla fronte diventava intollerabile. E sotto le palpebre seguitavano a danzare, inesorabilmente, le 15 lire. Aprì gli occhi per sfuggir loro, ma la luce bianca gli fece tanto male, che dovette richiuderli, chiudendo con essi le 15 lire diaboliche.
— Venticinque lire per cinquemila parole, dieci parole per un soldo! — riprendeva il suo cervello: ed egli non poteva più sfuggire al pensiero di non poter distogliere più gli occhi da quelle 15 lire. Poi la cifra mutò, ed egli vide che apparivano, invece di 15, dieci lire. Ah! sì! il fornaio! Poi apparve il numero 12,50, ed egli si domandò che significasse, come se quella fosse una questione di vita o di morte per lui. Egli doveva quelle 12,50 a qualcuno, ma a chi?... Cercò penosamente, scavando in tutti i cantucci del suo cervello, invano. A un tratto, il problema fu risolto: a Maria! a Maria Silva!
Sollevato, egli credette di poter riposare; ma no! sotto le palpebre le 12,50 furono sostituite da 40 lire! Che significava quell’altro numero? Gli toccava fare il giro del cervello estenuato, per trovare. Egli non seppe la durata delle sue angosce, ma dopo un tempo che gli sembrò infinito, un colpo battuto alla porta lo fece rientrare in sè: era Maria che gli domandava se fosse malato. Egli rispose, con voce sorda, irriconoscibile, che stava sommando. L’oscurità della camera lo sorprese: era notte, dunque? Aveva ricevuto la lettera alle due del pomeriggio... Allora si accorse d’essere ammalato. In breve, le 40 lire ricominciarono a danzare davanti ai suoi occhi chiusi, ed egli fu ripreso dalla tormentosa schiavitù dei numeri. Ma lottando con accanita astuzia contro se stesso, egli si proibiva d’indagare colla mente. A quale scopo? Non era stato altro che un pazzo. Ebbe la sensazione di maneggiare una leva, e il cervello gli cominciò a girare intorno, come una ruota mostruosa, di cui i ricordi erano i razzi, sfera vertiginosa di tutto lo scibile.
Sempre più veloce, follemente, girava; poi egli fu trascinato dal turbine e lanciato a vorticare in un baratro nero. Con grande naturalezza ecco che si ritrova davanti a un cilindro, con un mucchio di manichini inamidati davanti. Ma a mano a mano ch’egli li cilindrava, ecco apparirvi su delle cifre. Un nuovo modo di segnar la biancheria! diss’egli fra sè; ma guardando da vicino, vide 15 lire segnate su un manichino. Ricordò allora ch’era il conto del droghiere: dunque egli immaginava di cilindrare i conti dei fornitori. E a questo punto ebbe un’idea luminosa; avrebbe gettati i conti a terra, per evitare di pagarli. Ma a mano a mano che i manichini, rabbiosamente gualciti, cospargevano il sudicio pavimento, il loro mucchio cresceva sempre più; quei conti avevano centinaia di duplicati. Ma uno solo di questi gli colpì lo sguardo: uno di 12 lire, quello di Maria. Brava Maria! Questo significava evidentemente che lei attendeva, con pazienza, d’essere pagata, così ch’egli decise generosamente di pagare lei sola. Si mise dunque a cercare il conto di lei nel mucchio, e cercava da tempo infinito, quand’ecco entrare il padrone dell’hôtel, il grosso olandese. La sua grassa faccia era collerica e minacciosa; ed egli urlò con voce stentorea: «Tratterrò il costo di questi manichini sullo stipendio!» La pila dei manichini cresceva sempre; era una montagna, ora, e Martin capì che doveva lavorare un migliaio d’anni per pagarli. Ebbene! Non gli rimaneva dunque altro che uccidere il padrone e bruciare la stiratoria. Ma il grosso olandese, indovinando questo proposito, lo afferrò per la pelle del collo e lo fece volare attraverso la camera; lo lanciò sulla tavola da stiro, contro il fornello, lo precipitò nel lavatoio, attraverso lo stenditoio e il lisciviatore. Martin fu scosso in modo tale che pareva che dovessero allentarglisi i denti, e gli girava la testa dolorosamente, ed era stupito del vigore del grosso olandese. Ed ecco che si ritrova davanti al cilindro e riceve questa volta i manichini che l’editore d’una rivista introduceva dall’altro lato. Ogni manichino era uno chèque. Martin li esaminò tutti ansiosamente, ma vide ch’erano tutti in bianco. Durante un milione d’anni circa, rimase là, non osando andarsene pel timore di perdere l’unico chèque riempito. Finalmente, eccone uno... di venticinque lire. Ah! ah! — ghignò l’editore dall’altra parte del cilindro. — Bene! — fece Martin, — vi ammazzo. — E andò a cercare l’accetta nel lavatoio, e trovò Joe che inamidava dei manoscritti. Egli tentò d’impedirglielo, poi sollevò l’accetta, ma l’arma rimase sospesa in aria, e Martin si ritrovò nell’altra camera, fra una tormenta di neve. Ma no, non era neve, ma erano formidabili chèques, il minimo dei quali di cinquemila lire. Egli sentì il dovere di farne dei pacchetti da cento, che legò solidamente con dello spago. Quindi, alzando gli occhi, vide Joe, in piedi, davanti a lui, che si divertiva con ferri da stiro, camìce e manoscritti. A volte egli prendeva un fascio di manoscritti e lo lanciava nel turbine di biancheria e di carte che, attraverso il tetto, volavano al cielo. Martin alzò l’accetta su di lui, ma Joe l’afferrò e la lanciò nel turbine, poi afferrò Martin in persona e lanciò anche lui nel turbine. Martin volò attraverso il tetto, s’aggrappò a un mucchio di manoscritti, ricadde a terra con essi, fu lanciato nuovamente in aria, ricadde, e così di seguito, mentre una voce infantile cantava: «Balla con me, Willie; su, un altro valzer...»