Finì col rimettere la mano sull’accetta, nel bel mezzo del turbine nevoso di chèques, di biancheria e di manoscritti, e si accinse a uccidere Joe, appena fosse ricaduto a terra.
Ma questa consolazione gli fu negata: ebbe, invece, alle due circa di notte, la visita di Maria che, attraverso il sottile tramezzo, aveva udito i gemiti. Essa lo riscaldò per mezzo di ferri caldi e gli posò la mano sulla fronte che scottava, applicando delle pezzuole bagnate.
CAPITOLO XXVI.
Il giorno dopo, Martin non andò in cerca di una sistemazione; verso la fine del pomeriggio, il suo delirio cessò e gli occhi stanchi percorsero con uno sguardo vagante la camera. Mary, una delle piccine di Silva, dell’età di otto anni, che lo vegliava, lanciò un grido vedendogli riprendere coscienza, e Maria, dal fondo della cucina, accorse subito. Essa posò la sua mano callosa sulla fronte che scottava, e gli tastò il polso.
— Volete mangiare? — gli domandò.
Egli scosse il capo; mangiare era proprio l’ultimo dei suoi desiderî, al punto che egli si domandò se avesse avuto mai fame in vita sua.
— Sono malato, Maria, — disse lui, con voce fioca. — Che cos’è?... Sapete di che si tratta?
— È influenza, — rispose lei. — Fra tre o quattro giorni sarà finita.
— Non mangiate: è meglio. Dopo domani, forse.
Martin non era avvezzo alla malattia; egli tentò di alzarsi e di vestirsi, quando Maria e la piccine furono uscite. Con uno sforzo supremo di volontà, col cervello che sembrava svanirgli e gli occhi così indolenziti, che non gli riusciva di tenerli aperti, egli si trasse fuori del letto, dove, con gli occhi chiusi, esaminò con cura il suo male. Maria entrò parecchie volte per rinfrescargli le pezzuole postegli sulla fronte; ciò fatto, usciva e lo lasciava in pace, essendo donna troppo accorta, per annoiarlo colle chiacchiere. Egli ne fu commosso e mormorò fra sè: