— Mi rimanevano due anni da fare quando le ho abbandonate, — rispose lui. — Ma mi son portato sempre abbastanza bene, — s’affrettò ad aggiungere. E subito, furioso per essersi così vantato, strinse il braccio della poltrona con tanta violenza, che le punte delle unghie ne formicolarono. Nello stesso tempo si accorse che una donna entrava nella stanza. La giovane si alzò e corse a lei. Egli pensò che dovesse essere la madre della signorina. Era una donna bionda, dalla persona alta, sottile, maestosa, magnifica. Egli godette nel contemplarne la linea armoniosa della veste che gli fece ricordare delle donne viste sulla scena. Poi gli venne in mente d’aver visto delle grandi dame simili, vestite nello stesso modo, entrando a teatro, a Londra, mentr’egli guardava, in piedi, e una guardia di città lo respingeva fuori del tendone, sotto la pioggia. D’un balzo, l’immaginazione lo portò a Yokohama, dove, lungo la passeggiata, egli aveva incontrato altre grandi dame. Come in un caleidoscopio, il porto e la città di Yokohama gli sfilarono davanti agli occhi. Ma egli scacciò subito quella visione, oppresso com’era dal richiamo urgente della realtà. Sapeva che doveva essere presentato, dimodochè si alzò penosamente sui piedi, con i calzoni segnati da ginocchielli, le braccia penzoloni, e il viso contratto dallo sforzo di quella prova da sostenere.
CAPITOLO II.
Fu un’operazione da incubo, per lui, recarsi nella camera da pranzo. Gli parve di non arrivar mai, e vi giunse infatti a furia di vacillamenti, trabalzi e sterzate. Ma finalmente arrivò e si trovò seduto accanto a Lei. Lo spiegamento dei coltelli e delle forchette lo spaventò e gli parve erto d’insidie. Egli osservò le posate, affascinato, al punto che il loro luccichio divenne come quello di uno specchio sul fondo del quale si movesse una successione d’immagini. Si rivide sulla coperta di uno schooner; egli e i compagni mangiavano della carne di bue salata, con le dita e con i coltelli a scatto, o prendevano, con i cucchiai di ferro ammaccati, una densa minestra di piselli in grosse gavette. Allucinante, il lezzo del manzo di cattiva qualità gli empì le narici, mentre egli udiva i rumorosi scricchiolii delle mascelle che accompagnavano quelli dell’ossatura della nave e il gemere degli scompartimenti-stagni. Guardò i suoi compagni che mangiavano e fu colto da un immenso disgusto, da una profonda tristezza al pensiero che rassomigliava a loro. Ebbene! no! non avrebbe più rassomigliato a quella gente, e tutta la sua volontà si sarebbe tesa a quello scopo. Il suo sguardo fece il giro della tavola. Arturo e Norman erano in faccia a lui. Erano suoi fratelli, fratelli di Lei. Il suo cuore fu mosso da un generoso slancio verso di loro. Com’era affiatata quella famiglia... Egli rivide la giovane che correva incontro alla madre, il loro bacio, il quadro che tutt’e due formavano avanzando con le braccia intrecciate. Simili prove d’affetto tra figlioli e genitori non esistevano punto, nel suo ambiente! Era una rivelazione di cose che solo quel mondo superiore poteva pretendere, ed egli ne rimase abbagliato, e per simpatia si sentì il cuore pieno di tenerezza. Durante tutta la sua vita egli era stato affamato d’amore, ma aveva dovuto farne senza, e s’era indurito al compito. Aveva ignorato che l’amore gli era necessario, e persino in quel momento seguitava a ignorarlo. Ma ne vedeva manifestazioni che lo commovevano profondamente.
Il signor Morse non era là, grazie a Dio. Egli era già abbastanza scottato dal dover parlare con Lei, la madre e il fratello Norman. (Arturo lo conosceva già da un po’). Durante la sua vita non aveva penato mai tanto; così gli pareva. I lavori più faticosi erano stati trastulli da ragazzi al confronto di quello!... Aveva la fronte madida di sudore e la camicia bagnata, per tanti esercizî insoliti. Gli toccava mangiare in modo al quale non era avvezzo, servirsi di strani utensili, adocchiare furtivamente intorno per sapere come compiere ogni nuovo rito; inoltre accogliere il flusso d’impressioni nuove che l’inondavano, distinguerle, classificarle. Forse lo sforzo più duro era quello di frenare quello slancio verso di Lei, che lo attanagliava in una forma d’irrequietezza sorda e dolorosa, con un desiderio tormentoso di accostarla, di seguire lo stesso cammino. Ma come diminuire la spaventosa distanza che li separava?... Doveva anche furtivamente spiare gli altri per decidere dell’impiego opportuno del coltello o della forchetta, imprimere i lineamenti della persona, valutarli e paragonarli a quelli della Donna Spirituale. Inoltre, doveva parlare, ascoltare e rispondere al momento opportuno, sorvegliandosi severamente, proprio lui, avvezzo a un’assoluta licenza di linguaggio! E, per colmo d’imbarazzo, c’era l’incessante minaccia del maggiordomo, terribile sfinge che gli appariva silenziosamente dietro la spalla e parlava per enigmi che bisognava risolvere immediatamente. Durante tutto il pranzo fu oppresso dal pensiero dello sciacquabocca il cui spettro non cessava dall’ossessionarlo. Quando sarebbero venuti? e a che cosa potevano verosimilmente assomigliare?... fra pochi minuti forse sarebbero là, ed egli, Martin Eden, seduto alla stessa tavola alla quale sedevano i superuomini che ne facevano uso, se ne sarebbe servito come loro! Infine, sopra tutto, dominava il ritorno dell’angoscioso problema: quale contegno tenere? Ora, vilmente, egli decideva di sostenere una parte; ora, più vilmente ancora, si diceva che non vi sarebbe riuscito, che non era adatto alla menzogna, e che sarebbe diventato ridicolo.
Al principio del pranzo fu taciturno, tanto grande era la tensione nervosa di tutta la sua persona. Egli ignorava che il suo silenzio avrebbe dato una smentita ad Arturo che il giorno prima aveva annunziato che avrebbe condotto a pranzo un selvaggio, ma che non c’era da spaventarsi, perchè quel selvaggio li avrebbe certamente interessati. Mai, Martin Eden avrebbe immaginato il fratello del suo idolo capace di un tale tradimento, dato specialmente il fatto che egli aveva avuto la fortuna di aiutare quel fratello a trarsi fuori d’una baruffa dalla quale l’uscita minacciava di diventar fastidiosa. Egli era dunque seduto a quella tavola, turbato dalla sua indegnità e, insieme, affascinato da quanto accadeva attorno a lui. Per la prima volta egli rilevava come l’atto di mangiare potesse essere una manifestazione che non fosse una semplice funzione. D’altra parte, ignorava la natura di ciò che mangiava; era del nutrimento, ecco! Egli alimentava la sua gran fame di bellezza a quella tavola dove il mangiare diventava estetico. Il cervello gli ribolliva. Egli udiva parole che per lui non avevano alcun significato, altre che aveva viste solo nei libri e che neppure una delle persone di sua conoscenza, di prima, sarebbe stata capace di pronunziare. Quand’egli udiva una di quelle parole cadere distrattamente dalle labbra di un membro di quella straordinaria famiglia, la famiglia di Lei, un brivido delizioso gli percorreva la persona. Tutto il romanzesco, tutta la bellezza dei libri si realizzavano. Egli si trovava in quello stato raro e meraviglioso di chi vede i sogni svincolarsi dai limbi della fantasia e acquistar corpo.
Egli si teneva quindi sullo sfondo, ascoltando, gustando, rispondendo a monosillabi, dicendo «Sì, signora» e «no, signorina», «no, signorina» e «sì, signorina». Soffriva a non dire come i marinai: «Sì, Capitano,» al fratello, ma sentiva che avrebbe dato un’altra prova d’inferiorità; e che cosa avrebbe detto Colei ch’egli voleva conquistare?...
— Perbacco! — si diceva orgogliosamente, — io valgo quanto loro, e, se è vero che essi sanno un mucchio di cose che io non so, è vero anche che io potrei insegnare loro altre che non immaginano neppure.
Un momento dopo, quando Lei o sua madre lo chiamavano signor Eden, il suo aggressivo orgoglio svaniva, ed egli esultava dalla gioia. Era una persona civile, perdiana!, e pranzava a fianco a fianco con degli eroi da romanzo; egli stesso agiva in quel romanzo, e i suoi fatti e le sue gesta sarebbero un giorno impressi in un libro.
Intanto, mentre egli dava ad Arturo una così flagrante smentita rivelandosi un agnello belante e timido, il suo cervello si torturava ad elaborare un modo di comportarsi, giacchè non aveva veramente nulla dell’agnello belante, e una parte di second’ordine non conveniva punto alla sua natura orgogliosa. Egli parlava soltanto quando era proprio necessario, e allora la sua conversazione rassomigliava alla sua entrata nella sala da pranzo; piena d’intoppi e di bruschi arresti, mentr’egli sfogliava nel suo vocabolario, in cerca della parola propria, esitando nel servirsi di parole ch’egli sapeva giuste, ma che temeva di non pronunziare in modo esatto, scartando altre che riteneva grossolane. Ma egli era, durante tutto questo tempo, oppresso dalla sensazione che quella ricerca di espressioni lo rendesse stupido e gl’impedisse di esprimere il suo pensiero intimo. Anche il suo amor di libertà s’inalberava contro la costrizione, così del pensiero, come di quella specie di collare che gli circondava il collo, in forma di colletto. Eppoi, egli non sapeva se potesse resistervi. La sua potenza di pensiero e di sensibilità era tanto grande, quanto pertinace e vivo era il suo spirito; così che, trascinato dalla spontaneità delle sensazioni, gli capitava di dimenticare dov’era, e finiva coll’usare il suo povero linguaggio d’una volta.
A un certo punto, avendolo il cameriere interrotto per offrirgli un piatto, egli rifiutò con un «Puh!» enfatico, sonoro, che fu una gioia pel cameriere e per tutta la tavola, e lo riempì di vergogna. Ma egli si rimise subito e spiegò: