— È una parola di gergo, che significa «finito». M’è venuta con la più grande naturalezza.
Poi, siccome la fanciulla gli guardava curiosamente le mani, continuò:
— Son ritornato da un viaggio lungo le coste, su uno dei corrieri del Pacifico. Siccome era in ritardo, abbiamo dovuto, nei porti del Puget-Sound, scarpinare come negri per imbarcare il carico — nolo misto... Loro sanno di che si tratta, no? Ecco, perchè la mia pelle è lacerata.
— Oh! non è questo, — rispose lei vivamente. — Le sue mani sono troppo piccole pel suo corpo.
Egli arrossì, persuaso ch’ella avesse scoperto in lui una nuova tara.
— Sì, — disse scusandosi. — Non sono abbastanza forti pel resto. Con le mie braccia e le spalle posso picchiare come un mulo; ma quando rovino la faccia di qualcuno, anche le mie mani si guastano. — Ma subito si dolse di questa frase e si disgustò di se stesso. Aveva parlato senza riflettere, di cose brutte.
— È bello da parte sua, essere andato in aiuto di Arturo, come ha fatto lei che era un estraneo, — disse gentilmente la giovane, scorgendone l’imbarazzo, di cui, d’altra parte, ignorava la causa. Egli la comprese, e la calda riconoscenza che gli invase l’animo, gli fece ancora una volta dimenticare quella sua lingua così maldestra.
— Non conta parlarne, — diss’egli. — Un altro avrebbe fatto altrettanto. Quella banda di mascalzoni andava in cerca di litigi, e Arturo non badava. Gli sono piombati addosso... e allora io mi son messo in mezzo... E appunto nel far cadere loro qualche dente, mi sono lacerate le mani... Non volevo a nessun costo lasciarmi mancare un colpo simile! Quando vedo... — Si fermò di botto, a bocca aperta, cosciente dell’abisso che la separava da lui e lo rendeva indegno di respirare l’aria ch’essa respirava. E, mentre Arturo, per la ventesima volta, raccontava la sua avventura con gli ubriachi sul trasbordatore, e come Martin Eden, balzando in suo aiuto, lo avesse soccorso, il Martin Eden in questione, con le sopracciglia aggrottate, meditava sulla sua incorreggibile volgarità e rifletteva nuovamente al problema arduo della sua condotta di faccia a quella gente là. Sino a quel punto, egli aveva compiuto certamente delle goffaggini. Egli disse a se stesso che non era della loro razza e ch’era inutile far finta d’esserlo; quel travisamento non sarebbe riuscito, e, d’altra parte, egli odiava ogni specie di simulazione. Non poteva non essere sincero... a qualunque costo. Pel momento non parlava il loro linguaggio, ma un giorno sarebbe riuscito a parlarlo, com’era sua ferma intenzione. Pel momento bisognava parlare magari il proprio linguaggio, intonato, beninteso, alla loro comprensione e dirozzato in modo da non urtarli. Eppoi egli non si darebbe l’aria, sia pure tacita, di conoscere cose che gli erano totalmente ignote. In fede di che, quando i due fratelli, che parlavano dei loro studi, usarono più volte la parola «trigo», Martin Eden domandò loro:
— Trigo? che cosa significa?
— Trigonometria, — rispose Norman. — Una forma superiore di «mat».