— E che cos’è un «mat»?

— Le matematiche, l’aritmetica, — rispose Norman ridendo. Martino scosse il capo. Intravedeva orizzonti infiniti di scienza, orizzonti sconfinati. E questo pensiero diventava tangibile, giacchè la sua anormale potenza di visione gli faceva concretare le cose più astratte. Trasformate dal suo cervello ribollente, trigonometria, matematica e tutto il vasto campo del sapere ch’esse comprendevano, si mutarono in altrettanti paesaggi. Egli vedeva radure dolcemente luminose, fughe di fogliame fresco brutalmente forato dai raggi d’un sole ardente. In lontananza, l’orizzonte si perdeva in una caligine di porpora: ma, egli ne era certo, dietro quella caligine purpurea abitava l’ignoto meraviglioso, dalle incantevoli attrattive. Egli si sentì come inebriato, giacchè là era l’avventura da tentare, il mondo da conquistare, e dal fondo di lui folgorò un pensiero: diventare degno di Lei, conquistarlo, quel giglio pallido che fioriva là, accanto a lui.

La visione magica fu fatta svanire da Arturo che, durante tutta la sera, s’era sforzato di mostrare «l’uomo selvaggio» a proprio profitto. Martin ricordò a se stesso la decisione presa: per la prima volta egli si mostrò qual era, con un certo sforzo dapprima, ma subito si abbandonò a se stesso osservando come il suo modo di raccontare piacesse all’uditorio. Egli aveva fatto parte dell’equipaggio del contrabbandiere «Alcione» quando questo fu catturato da un caccia delle Dogane. E seppe far vedere loro ciò che i suoi occhi avevano visto: rievocò il gran mare violento, i battelli, i marinai, con tale potenza, che sembrò loro di essere con lui. Con tocco d’artista egli sceglieva i particolari più significanti, l’immagine chiara, balzante, e dava ad essi, poi, un colore ed una luce così vive, che i suoi uditori erano trascinati dall’eloquenza irresistibile del suo entusiasmo creatore. In certi momenti, li urtava con la crudezza realistica della parola, ma sempre la brutalità era unita alla bellezza, e, spesso, il tragico era temperato dall’umorismo, quando raccontava le strane uscite e le trovate dei marinai.

E mentre parlava, la fanciulla non cessava di guardarlo, stupita. Essa s’accendeva a quella fiamma... Era stata dunque, sin allora, nient’altro che una fredda statua?... Le veniva la voglia di curvarsi su quel braciere umano che proiettava forza, salute, un inesauribile vigore. Essa si sentiva irresistibilmente spinta verso di lui. D’altra parte, un sentimento contrario la indisponeva: le mani di lui malconce, talmente insudiciate dal lavoro, che tutta la sozzura della fatica quotidiana sembrava le avesse incrostate, suscitavano in lei una violenta repulsione, come la striscia della nuca e i muscoli rigonfi. Quella rudezza la spaventava; la crudezza di quel linguaggio le insultava l’orecchio; i rudi episodî della vita di lui le insultavano l’anima. Eppure, nonostante questo, l’attrattiva persisteva, così che lei lo immaginò dotato d’una potenza malefica. Tutto quanto era solidamente fondato nel suo cervello, tutto un mondo di convenzioni sociali vacillava, era abbattuto dal vento eroico del romanzesco e dell’avventura. Davanti ai suoi pericoli quotidiani e alla sua gaiezza sempre pronta, la vita non appariva più come uno sforzo e una costrizione, ma diventava un oggetto di divertimento, un gioco a occhio e croce, da respingere poi, negligentemente. «Dunque divertiti!», le gridava una voce interiore. «Chinati su di lui, giacchè ti piace, e posa tutt’e due le mani sulla sua nuca!» L’arditezza di questo pensiero fu tale, che mancò poco ch’ella non gridasse ad alta voce. Invano fece appello alla propria cultura, alla propria raffinatezza, contrapponendo tutto ciò che essa valeva, a tutto ciò ch’egli non valeva. Attorno a lei, gli altri se lo divoravano cogli occhi; ella avrebbe disperato se non avesse visto del terrore negli sguardi di sua madre, del terrore pieno di ammirazione, sia pure, ma, comunque, del terrore. Sì, quell’uomo venuto dalle tenebre era una potenza malefica. Sua madre lo sentiva, e sua madre aveva ragione. Essa si sarebbe confidata con lei, in quella come nelle altre cose. E la fiamma cessò, a un tratto, di bruciarla, e lei cessò di temerlo. Dopo, ella suonò al pianoforte, per lui, contro di lui, per dir così, in modo aggressivo, con la vaga intenzione di accentuare l’insuperabile abisso che li separava. Come una mazzata, ella gli assestava la sua musica nel cervello, brutalmente; ed egli ne rimase stordito, quasi schiacciato, ma più eccitato che mai. La contemplava con stupore rispettoso. Certo, anche nella sua mente, l’abisso s’allargava, ma più rapida cresceva in lui l’ambizione di superarlo. Egli era, d’altra parte, d’una sensibilità troppo complessa, per contemplare quell’abisso durante una sera intera, specialmente ascoltando della musica, alla quale era molto sensibile. Come alcool, ella s’impadroniva dell’immaginazione di lui, gli sovreccitava i sensi e lo trascinava oltre le brutture della vita, in un infinito vaporoso nel quale l’animo suo volava, libero d’ogni materialità volgare. Egli non comprendeva quella musica suonata da lei; musica che non poteva essere paragonata al frastuono dei pesta-pianoforti dei balli pubblici, nè ai rumorosi suoni degli organetti di villaggio, uditi da lui. Le sue letture gli avevano fatto presentire vagamente l’esistenza di quel genere di musica. Egli l’ascoltava religiosamente, contento, dapprima, dei motivi semplici e facili, sorpreso poi quando questi motivi cessavano. Proprio nel momento in cui ne aveva compreso il disegno o la sua immaginazione s’involava per seguirli, un caos di suoni li inghiottiva, e la sua immaginazione, scoraggiata, ricadeva pesantemente sulla terra.

A un punto, egli credette che tutto ciò fosse fatto a bella posta per respingerlo. Egli si rese conto dell’antagonismo voluto, e si sforzò d’indovinare il linguaggio aggressivo delle mani sulla tastiera. Poi, questa idea gli parve impossibile, indegna di Lei, ed egli la respinse e s’abbandonò nuovamente. E nuovamente il suo animo s’involò, liberato dall’involucro carnale; davanti ai suoi occhi e di là, risplendeva una luce trionfale; tutto ciò che lo circondava esteriormente sparì, ed egli partì verso mondi ignoti... Vide strane sponde inondate dal sole, accampamenti selvaggi ed inesplorati, s’inebriò dell’aroma drogato delle isole, quale aveva respirato in certe notti ardenti, sul mare! Egli seguì coste deserte, in pomeriggi tropicali; e dallo specchiettìo di flutti color di turchese emergevano isolotti di corallo incoronati di palme. Rapidissimamente, le immagini si succedevano. Ora egli cavalcava un cavallo selvaggio, e galoppava per un deserto color di sogno; un momento dopo, dalla cima di una montagna, contemplava, in una calda luce sfarfallante, il sepolcro imbiancato della Valle della Morte; oppure remava sull’Oceano Artico tra le grandi banchine scintillanti al sole, oppure si rivedeva, in una calda notte di profumi voluttuosi, disteso sulla sabbia corallina d’una spiaggia orlata da palme di cocco. Alla luce fantasticamente azzurrina d’un relitto di nave in fiamme, gli «hulas» danzavano al suono di selvagge nenie, di tintinnanti «ukuleles» e di sonori «tam-tams». All’orizzonte, un vulcano proiettava la sua lingua di fuoco sul cielo; al disopra di esso brillava una pallida falce di luna e, laggiù, in fondo, la Croce del Sud.

Egli vibrava come un’arpa; gli occhi della sua vita passata erano le corde. Il flusso delle melodie che passava come una brezza attraverso le corde, ne faceva cantare i ricordi e i sogni. Ma non erano semplici sensazioni, ma sensazioni che rivestivano di forma, di colori, di raggi e di ardori l’animo suo esaltato che si contraddiceva in modo magico. Il Passato, il Presente, l’Avvenire si confondevano; egli vagava di là dai vasti mondi, attraverso avventure e nobili azioni; vagava verso Lei per conquistarla, tenendola fra le braccia, continuava il suo volo, trascinato dalla sua fantasia trionfante.

Di sfuggita, ella lo guardò e vide una traccia di tutto ciò sul viso di lui, viso trasfigurato, nel quale i grandi occhi raggianti sembravano vedere molto più in là di ciò ch’ella suonava: la corsa e il balzo della vita e tutti i sogni meravigliosi dell’imaginazione. Ella ne fu avvinta. Il rustico, grossolano marinaio, erano scomparsi, sebbene il vestito mal fatto, le mani malconce fossero ancora lì; sembravano essere il travestimento terrestre d’una grande anima condannata al silenzio per colpa delle sue labbra inabili. In un lampo ella vide tutto ciò: poi, il rustico riapparve agli occhi di lei... e lei si burlò di sè. Pure, l’impressione di quel breve lampo le rimase, e quando Martin Eden fece la sua partenza maldestra come la venuta, essa gli prestò due volumi di Swinburne e di Browning. Lei stava studiando Browning, allora.

In piedi, davanti alla giovane, tutto rosso e balbettando ringraziamenti, egli aveva talmente l’aria d’un fanciullo timido, che un’onda di pietà materna invase lei. Dimenticò il rustico, la grande anima travisata, l’uomo i cui sguardi avidi l’avevano spaventata e rapita; non vide altro che un fanciullo che le stringeva la mano con delle callosità ruvide come una raspa e le diceva goffamente:

— La migliore serata della mia vita!... Io non sono avvezzo a questo genere di cose, capite... — Ed egli si guardò intorno come per invocar soccorso. — A gente come voialtri e a case come questa... Tutto ciò è nuovo e mi piace.

— Spero che ritornerete, — fece lei, mentr’egli si congedava dai fratelli.