Egli si ficcò il berretto sul capo, fece una specie di sterzata verso la porta e disparve.
— Ebbene! che ne pensi di lui? — interrogò Arturo.
— Interessantissimo!... un soffio d’ozono! — rispose lei. — Quanti anni ha?
— Vent’anni, quasi ventuno... Gliel’ho domandato nel pomeriggio, oggi. Non lo credevo così giovane.
... E io, ne ho tre di più! — fece lei tra sè, abbracciando i fratelli.
CAPITOLO III.
Scendendo le scale, Martin Eden mise la mano in tasca, ne trasse un foglietto di carta di riso bruno, un pizzico di tabacco messicano e arrotolò una sigaretta. Profondamente ne aspirò la prima boccata e respinse il fumo con voluttà.
«Buon Dio!», esclamò con accento di rispettosa ammirazione. E, più piano, ripetè altre due volte: «Buon Dio!» Poi strappò il colletto e se lo ficcò in tasca. Un’acquerugiola gelida cadeva, ma egli si scoprì e si sbottonò la giacca, con perfetta noncuranza. S’accorgeva almeno della pioggia? Egli camminava come in sogno, rivivendo le sue ultime estasi e le ore trascorse..
Finalmente aveva incontrato la donna, colei alla quale aveva pensato poco, giacchè egli pensava poco alle donne, ma ch’egli aveva atteso, forse inconsciamente, e che doveva venire. Egli l’aveva avuta accanto, a tavola, ne aveva stretta la mano, aveva visto negli sguardi di lei il riflesso d’un’anima splendida, bella come gli occhi la riflettevano, bella come la carne che l’incarnava. Egli non pensava, d’altra parte, a quella carne come alla carne delle altre donne; di solito, questa soltanto lo interessava. Quella di lei era d’essenza diversa, doveva sfuggire ai mali e alle fragilità umane. Quel corpo era più che la guaina dell’anima; era l’emanazione stessa di quell’anima, una graziosa e pura cristallizzazione del suo essere divino. Questo sentimento del divino lo colpì dapprima, poi egli richiamò nella sua mente riflessioni più calme. Questa percezione del divino non l’aveva mai colpito; egli era stato sempre incredulo e si burlava allegramente dei bigotti e dell’immortalità dell’anima. Non c’era vita futura, sosteneva egli con risolutezza; bisognava vivere e ben vivere, e poi sparire nel nulla. Ma negli occhi di quella donna egli aveva visto un’anima, un’anima imperitura. Nessun’altra gli aveva mai dato quella sensazione, ch’egli aveva avuto dal primo incontro dei loro sguardi. Camminando, egli non cessava di vederne il viso, pallido e serio, soave e delicato, sorridente con una pietà e una tenerezza immateriali, e puro... ah! puro, incredibilmente!... Quella purezza lo colpiva più di tutto il resto. Egli aveva conosciuto del vizio e della bontà, ma della purezza, mai, e l’ignorava totalmente. Ora, concepiva la purezza come il superlativo della bontà e del senso morale, come l’essenza stessa della vita eterna... E subito sentì il desiderio ambizioso di conquistare la vita eterna. Evidentemente, egli non era degno di sciogliere i lacci delle scarpe di lei; era persino un incredibile caso fortunato il fatto che aveva potuto conoscerla, accostarsi a lei, parlarle quella sera. Era un caso ch’egli non aveva suscitato e che non meritava. Pervaso da una specie di umiltà religiosa, accasciato e pieno di disgusto di sè, egli sentiva profondamente il peso dei suoi peccati. Ma, come il peccatore che si prostra davanti al tribunale della penitenza, intravede dal fondo della sua umile miseria, la speranza d’una celeste e radiosa vita, così egli concepiva la suprema salvezza mediante la conquista di quella donna. Quella conquista, d’altra parte, rimaneva irreale, nebulosa, totalmente diversa dal senso ch’egli le dava di solito. Trascinato dalla sua ambiziosa fantasia, egli si vedeva spaziar con lei nelle alture spirituali, attingere in comune alle stesse fonti d’arte e di bellezza. Il suo sogno non andava oltre un possesso d’anima assolutamente eterea, oltre un’amicizia cerebrale ch’egli stesso non avrebbe saputo definire. Egli non era assolutamente in condizioni di definire alcunchè in quel momento. La sensazione vinceva il ragionamento, ed egli palpitava d’emozioni ignote, abbandonandosi deliziosamente al flusso d’impressioni nuove che lo trascinavano verso inaccessibili cime.
Vacillava come un ubriaco, mormorando con fervore: «Dio mio! Dio mio!»