Martin chiese inchiostro e penna e rispose che potevano tagliarne anche tre quarti, se volevano, e che attendeva le duecento lire.
Poi Teresa andò a imbucare la lettera ed egli si coricò nuovamente e si mise a riflettere. Dunque, non era una vendita di fumo: Il Sorcio Bianco pagava anticipatamente. «Il Turbine» comprendeva 3000 parole, che, ridotte a una terzo, sarebbero diventate 1000; dunque erano due soldi la parola. I giornali avevano detto la verità, ed egli che credeva che il Sorcio Bianco fosse una rivista di terz’ordine! Evidentemente, non se ne intendeva. Comunque, era certo questo: che appena guarito non avrebbe cercato lavoro. Aveva nella mente tante altre storie buone come «Il Turbine»: a duecento lire il lavoro, avrebbe guadagnato molto di più che con qualsiasi altra occupazione. Proprio quando credeva la battaglia perduta, ecco che vinceva. Egli aveva ottenuto la prova che voleva; la sua via era tracciata: all’inizio del Sorcio Bianco avrebbero fatto seguito inevitabilmente le altre riviste. La questione materiale poteva essere eliminata; aveva perduto del tempo, giacchè non aveva guadagnato neppure una lira! Si sarebbe dedicato alla letteratura, alla vera arte, e avrebbe espresso quanto di meglio era in lui. Egli desiderò ardentemente di far partecipe Ruth della sua gloria, ed ecco che, scorrendo le lettere sparse sul letto, ne trovò una di lei, che gentilmente lo rimproverava, domandandogli perchè non avesse dato sue notizie da tanto tempo. Egli rilesse con gioia la lettera adorata, e finì col baciare la firma. Nella risposta egli le disse francamente che non era andato a trovarla perchè aveva impegnato il vestito, e che era stato malato, ma che era quasi guarito e che fra dieci o quindici giorni (quanti ne occorrevano per mandare una lettera a New York e riceverne la risposta) egli avrebbe disimpegnato gli abiti e sarebbe andato a trovarla.
Ma Ruth non volle attendere dieci o quindici giorni; d’altra parte, il suo innamorato era ammalato. Il giorno dopo, accompagnata da Arturo, eccola venire nella carrozza dei Morse, con gran gioia della tribù dei Silva e di tutta la marmaglia del vicinato, ma con gran disperazione di Maria; la quale schiaffeggiò i Silva che si premevano attorno ai visitatori, sotto il portichetto d’ingresso, e fece il possibile per iscusarsi del modo com’era vestita, in un inglese più atroce del solito. Le sue maniche rimboccate sulle braccia bianche di sapone, una vecchia tela da lavare attorno alla vita, indicavano chiaramente il genere di lavoro che stava facendo. Sbalordita addirittura della visita di quei giovani così signorili, ella dimenticò di invitarli a sedere nel salottino. Per entrare nella camera di Martin, essi passarono attraverso la cucina piena di ranno caldo.
Era tale l’agitazione di Maria, che essa chiuse la porta d’entrata contro quella del ripostiglio rimasta aperta, così che per cinque minuti, attraverso la porta socchiusa, nubi di vapore con un lezzo di sapone e di sporcizia invasero la camera.
Ruth, serpeggiando fra gli ostacoli, pervenne al capezzale di Martin, senza incidenti; ma Arturo girò troppo bruscamente e finì col battere, con gran fracasso, contro le casseruole e altri arnesi di cucina. Però non resistette a lungo; pensando di aver compiuto il suo dovere e vedendo che Ruth occupava l’unica sedia, uscì e attese presso il cancello, attorniato dai sette piccoli Silva, che lo guardavano a bocca spalancata, e se lo divoravano dall’ammirazione, cogli occhi, come un fenomeno della fiera. Torno torno alla carrozza, erano accalcati i ragazzi del vicinato, nell’attesa impaziente del tragico e terribile epilogo, — giacchè in quella via non s’arrischiavano carrozze, se non per i matrimoni o i funerali, e siccome non era questo il caso, doveva accadere qualche altra cosa straordinaria, evidentemente.
Martin, vedendo Ruth, si sentì quasi impazzire. Egli era di natura affettuosa, avido di simpatia, anzi, d’intelligente comprensione; e ignorava ancora che la simpatia di Ruth era dovuta, più alla gentilezza della sua natura, che alla comprensione dell’oggetto della sua simpatia. Mentre Martin le diceva tutta la gioia che provava nel vederla, lei gli stringeva teneramente la mano senza rispondere, con gli occhi umidi alla vista della debolezza di lui e delle tracce lasciategli sul volto dalla sofferenza.
Ma quando egli le parlò del suo insperato successo, delle due accettazioni, e della sua disperazione nel leggere quella della Transcontinental, e della sua grande contentezza nel ricevere quella del Sorcio Bianco, lei non lo seguì più. Lei ne capiva le parole nel loro senso letterale, ma non la disperazione e la gioia, che non sentiva. Che le importavano quelle storie di riviste?
Soltanto il matrimonio la interessava. Ma lei non lo immaginava neppure, e avrebbe arrossito dalla vergogna se qualcuno le avesse detto crudamente che ciò che lei desiderava in Martin era lui e non altro. Indignata, essa avrebbe proclamato che solo suo scopo era l’interesse di Martin e soprattutto il suo successo. Mentre il fidanzato le manifestava i suoi sentimenti a cuore aperto, dicendole tutta la sua gioia perchè era finalmente sulla via del trionfo, lei l’ascoltava distrattamente e guardava la camera di sfuggita, urtata da ciò che vedeva.
Per la prima volta, Ruth vedeva da vicino l’immagine della povertà. Sino a quel giorno, gli innamorati che muoiono di fame le erano sembrati romanzeschi; ma lei non immaginava punto come vivessero gli innamorati che muoiono di fame. Ed era così! Il suo sguardo girava senza posa dalla camera a Martin, da Martin alla camera.
Quel lezzo di biancheria sporca, che proveniva dalla cucina, la nauseava. Martin doveva esserne impregnato, — pensava lei — se quell’orribile donna aveva l’abitudine di lavare spesso. E, guardando Martin, le pareva che l’ambiente dov’egli viveva l’avesse lordato. Siccome l’aveva visto sempre rasato di fresco, quella barba di tre giorni le ripugnava; essa era intonata a quell’ambiente sordido e sinistro, accentuava maggiormente quell’animalità possente ch’ella aborriva. Ed ecco che quelle due malcapitate accettazioni gli radicavano sempre più quella follìa! Ancora pochi giorni, ed egli avrebbe ceduto, avrebbe accettato un lavoro serio; ora, avrebbe continuato a vivere in quell’orribile casa scrivendo e morendo di fame durante qualche mese.