CAPITOLO XXVII.

La ruota della fortuna girava: la mattina dopo la visita di Ruth, egli ricevette uno chèque di quindici lire da un giornale settimanale di New York, per tre dei suoi scherzi in versi. Due giorni dopo, un giornale di Chicago accettò i suoi Cacciatori di Tesori, con promessa di pagarglieli cinquanta lire dopo la pubblicazione. Era poco, ma quell’articolo era il primo scritto da lui. Il secondo saggio, il seguito delle avventure per ragazzi, fu accettato alla fine della settimana da una rivista mensile intitolata Gioventù e Maturità. Vero è che questo seguito comprendeva ventiduemila parole e che gli venivano offerte ottanta lire dopo la pubblicazione; ma era anche vero che si trattava del suo secondo lavoro, del quale egli conosceva benissimo i difetti. Eppure, persino nei suoi primi lavori non c’era nulla d’inabile; solo c’era da osservare la pesantezza d’un temperamento troppo potente, l’inesperienza del novizio che vuole afferrare le farfalle a colpi di mazza e schizzare quadretti con un attizzatoio. Martin fu dunque felice di sbarazzarsi dei suoi saggi giovanili ch’egli aveva giudicati secondo il loro valore. Egli aveva riposte tutte le sue speranze nelle opere recenti, nelle quali aveva tentato di esser da più e meglio di uno scrittore dei soliti da riviste illustrate. D’altra parte, non aveva soffocato il suo temperamento, ma l’aveva semplicemente disciplinato, senza sacrificar nemmeno l’amore per la verità. Le sue opere erano realistiche; più che fantastiche, talvolta mistiche. Egli tendeva a un realismo appassionato, ma profondamente umano e credente; voleva mostrar la vita qual era, con tutte le aspirazioni dello spirito e tutta la sete d’ideale. Durante le sue letture, egli aveva potuto scorgere due scuole; l’una che faceva dell’uomo un dio ignaro della sua origine terrestre; l’altra che ne faceva un mucchio di fango, ignaro della sua essenza celeste e delle sue possibilità divine.

Secondo Martin, Dio e mucchio di fango erano ugualmente falsi, e le due scuole s’ingannavano. La verità stava nel mezzo. Nella sua novella «L’avventura», ch’egli aveva sottoposta al giudizio di Ruth, Martin credeva d’essersi accostato alla verità, e nel suo saggio «Dio e il fango» aveva espresso le sue idee generali sull’argomento.

Ma «L’avventura» e i suoi migliori lavori proseguivano il loro viaggio presso gli editori. Le sue prime opere non valevano, ai suoi occhi, se non pel danaro ch’esse portavano, ed egli non stimava maggiormente i suoi racconti drammatici, di cui due erano venduti.

Erano per lui semplici capricci d’immaginazione, sebbene pieni di tutta l’emozione della realtà; e in questo consisteva il loro fascino. Egli considerava quella mescolanza di grottesco e d’impossibile con la realtà come un trucco abile, e nient’altro; non erano opere letterarie d’un valore superiore. Certo, c’era dell’arte, ma dell’arte senza valore, che non derivava da una fonte umana. L’abilità consisteva nel dissimulare la finzione sotto la maschera della realtà, e questo egli aveva fatto in una mezza dozzina di storie tragiche ch’egli aveva scritte prima di slanciarsi verso le cime, con «L’avventura», «La Gioia», «La Marmitta», «Il Vino della Vita». Le quindici lire ricevute per gli scherzi in versi gli servivano per cavarsela sino all’arrivo dello chèque del Sorcio Bianco. Egli cambiò il primo presso il diffidente droghiere portoghese, dandogli cinque lire in conto, e divise le altre dieci lire tra il fornaio e il fruttivendolo. Non fu in grado ancora di comperare della carne, e i suoi cibi erano ridotti ai minimi termini, quando giunse lo chèque del Sorcio Bianco. Egli esitò circa il modo d’incassarlo. Egli non solo non era mai entrato in una banca, ma non aveva mai trattato d’affari; così che fu preso dal puerile e ingenuo desiderio d’entrare in una grande banca d’Oakland per cambiare lo chèque di duecento lire. Però il buon senso più elementare gl’imponeva di cambiarlo dal droghiere, in modo da fargli un’impressione tale, che gli avrebbe concesso maggior credito in avvenire. A malincuore Martin cedette davanti alle proteste di questo fornitore, gli pagò tutto il conto e ricevette in cambio una manata di monete sonanti e tremolanti. Pagò anche gli altri debiti, disimpegnò abiti e bicicletta, diede un mese d’anticipo per la macchina da scrivere, e a Maria ciò che le doveva, più un mensile anticipato. Gli rimanevano in tasca circa 15 lire per le spese minute. Questa piccola somma rappresentava, per se stessa, un patrimonio. Appena egli ebbe il vestito, andò a visitare Ruth, e, camminando, non potè far di meno di scuotere la tasca, per far risuonare il tintinnìo del suo tesoro. Era tanto tempo che egli non vedeva danaro, e, come un uomo che ha corso rischio di morir di fame e cova con lo sguardo i cibi che non può più consumare, egli sentiva il bisogno di maneggiare quei pochi suoi quattrinelli. Però non era nè avaro nè meschino: quel danaro rappresentava per lui ben altro che lire e soldi; rappresentava il successo, e quelle aquile incise sulle monete, erano altrettante vittorie alate. Egli giunse a pensare che il mondo fosse davvero meraviglioso. Durante settimane, gli era parso molto triste, tetro; ma, ora, con quasi tutti i debiti pagati, con 15 lire che gli tintinnavano in tasca e la certezza del successo in cuore, il sole gli pareva splendido, e persino il temporale che lo bagnò in un batter d’occhio, gli parve affascinante. Mentre moriva di fame, pensava continuamente ai milioni di esseri sparsi pel mondo, che morivano di fame come lui: oggi, ch’era soddisfatto, li dimenticava, ma poichè era innamorato, pensò agl’innumerevoli innamorati, e motivi di poemi d’amore gli occuparono la mente. Assorto nell’ispirazione, egli scese dal tranvai elettrico due stazioni dopo, senza guastarsi però il buon umore. Nella casa dei Morse, c’era della gente. Le due cugine di San Raffaele erano venute a trovar Ruth, e la signora Morse, col pretesto di distrarle, aveva invitato parecchi uomini. Il suo programma di accerchiamento aveva avuto inizio durante l’assenza involontaria di Martin, ed era in pieno sviluppo. Essa faceva il possibile per avere in casa gente di valore; cosicchè, oltre le cugine Dorotea e Fiorenza, Martin fece conoscenza di due professori d’Università, l’uno di latino, l’altro, di letteratura inglese —; d’un giovane ufficiale di ritorno dalle Filippine, compagno di collegio di Ruth; d’un giovanotto chiamato Melville, segretario privato di Giuseppe Perkins, direttore della Società dei Trusts di San Francisco, e infine di un banchiere di trentacinque anni, Carlo Hapgood, laureato dell’Università di Stanford, membro dei Clubs del Nilo e dell’Unità, oratore nelle pubbliche riunioni del partito repubblicano durante le elezioni, insomma, un giovane dall’avvenire luminoso. Tra le donne c’erano: una pittrice di ritratti, una musicista di professione e una dottoressa di sociologia, celebrità locale, a causa delle sue case di lavoro nei quartieri poveri di San Francisco. Ma le donne non contavano gran che nel programma della signora Morse, e non erano altro che accessori indispensabili per attirare gli uomini in modo qualsiasi.

— Non vi riscaldate nel parlare! — raccomandò Ruth, prima d’iniziare le presentazioni.

Impacciato dal timore di sembrar goffo, rattenuto dalla vecchia preoccupazione di rompere i ninnoli, Martin fu dapprima come paralizzato. Non era stato mai a contatto di persone così ragguardevoli, nè con tanta gente insieme, e n’era intimidito. Melville, il segretario, l’ipnotizzava, ed egli decise d’interrogarlo, alla prima occasione favorevole; giacchè, nonostante il suo rispetto pieno d’ammirazione, egli aveva troppa coscienza del proprio valore, per non desiderare di tener testa a quegli uomini e a quelle donne, e scoprire ciò che sapessero più di lui, circa i libri e la vita.

Ruth, che gli lanciava frequenti sguardi per vedere come se la sarebbe cavata, fu sorpresa e rapita dalla disinvoltura con la quale egli chiacchierava con le cugine. Egli non si eccitava affatto, parlava posatamente, e, appena seduto, non si sentì turbato dalla scompostezza dei suoi gesti. Quanto alle cugine, dopo, quand’esse andarono a letto, non trovavano parole per cantar le lodi di Martin, cosa che stupì Ruth la quale le conosceva come ragazze intelligenti, brillanti, ma superficiali. Egli, d’altra parte, ch’era stato un tempo animatore di tutti i balli e delle scampagnate domenicali, s’era mostrato spiritoso, allegro senza volgarità, come se avesse trascorso tutta la vita nei salotti. Egli sentiva, quella sera, che godeva il successo, e una voce gli mormorava all’orecchio che tutto andava bene, che poteva dunque ridere, far ridere e godersi il momento.

Però, poco dopo, le preoccupazioni di Ruth parvero avverarsi: Martin e il professor Caldwell s’erano appartati in un cantuccio: e, sebbene Martin avesse perduto la fastidiosa manìa di far grandi gesti, l’occhio critico di Ruth rilevò e biasimò l’ardore eccessivo della parola di lui, la fiamma troppo viva dei suoi occhi, il rossore del viso acceso. Egli mancava di decoro e di sangue freddo e contrastava singolarmente col giovane professore d’inglese, suo compagno.

Ma Martin non si preoccupava punto delle apparenze; e non aveva impiegato molto tempo a rilevare la cultura mentale dell’altro e ad apprezzarne il corredo scientifico. Inoltre, il professore Caldwell era diverso dal solito tipo di professore inglese. Martin voleva indurlo a parlare di cose professionali, e sebbene dapprima trovasse delle difficoltà, vi riuscì. Martin non capiva perchè la gente non volesse parlare di cose della propria professione. — È assurda e ridicola, — aveva dichiarato a Ruth la settimana precedente, — questa ripugnanza a parlare di cose «del mestiere»: perchè uomini e donne si riuniscono, se non per scambiare quanto di meglio hanno in essi? E ciò che hanno di meglio, è tutto quanto li interessa: la loro specialità, la loro ragione di vivere, ciò che li fa riflettere e sognare. Immaginate il signor Butler che annuncia delle idee su Verlaine o sull’arte drammatica tedesca, o sui romanzi di D’Annunzio?... Sarebbe da morirne dalla noia! Da parte mia, se sono assolutamente costretto ad ascoltare Butler, preferisco sentirlo parlar di codici, cioè di cose ch’egli conosce meglio delle altre; e la vita è così breve, che voglio ottenere da ogni creatura il massimo che può darmi.