— Cercherò di farmi capire, — diss’egli. — Ricordo d’aver letto nella storia egiziana, come sia impossibile capire l’arte egizia senza aver prima studiato il paese.

— Proprio così, — disse il professore.

— E mi sembra. — proseguì Martin, — che, d’altra parte, la conoscenza d’un paese, non possa acquistarsi senza quella dell’ordinamento stesso della vita in questo paese. Come possiamo noi comprendere le leggi e le istituzioni, la religione e i costumi, senza aver capito prima di tutto, non solo la natura di coloro che le hanno fatte, ma la composizione di tale natura? La letteratura è forse meno umana dell’architettura o della scultura egizia? C’è una cosa sola, in tutto l’universo, che non sia soggetta alla legge dell’evoluzione? Oh! io so che esiste una teoria complessa sull’evoluzione nell’arte, ma mi sembra troppo meccanica. Dell’evoluzione umana non si parla punto. Lo sviluppo dello strumento, della musica, della danza e del canto, è mirabilmente compreso e descritto, ma che ne sa lei dello sviluppo dell’uomo, dello sviluppo dell’essere intrinseco ch’egli fu, prima di avere costrutto il primo utensile e balbettato il primo canto?

Questo le importa poco, ed è ciò che io chiamo biologìa nel senso più elevato.

Io so che mi esprimo in modo incongruo, ma cerco di manifestar le mie idee come posso; mi sono venute mentre lei parlava. Ha detto lei stesso che la fragilità umana impedisce di considerare tutti gli elementi; eppoi, ecco che lei lascia da parte il fattore più importante, quello biologico, che è il tessuto primo di ogni arte, la trama, la catena d’ogni azione umana e delle meraviglie ch’essa produce!

Ruth vide con stupore che Martin non era immediatamente schiacciato; la risposta del professore le parve che fosse stata data per indulgere alla giovinezza di Martin. Per un bel po’, il professore Caldwell rimase silenzioso, gingillandosi con la catena dell’orologio.

— Sa lei, — diss’egli finalmente. — che un giorno mi fu già rivolta la stessa critica? Era un gran dotto e un evoluzionista, Giuseppe le Conte; ma è morto, e pensavo, che non dovesse essere più anatomizzato; invece, ecco anche lei, col suo occhio inquisitorio! Seriamente! ed ecco, però, — e questa è una confessione — io credo che vi sia qualche cosa di vero nella sua critica: molto di vero persino. Io sono troppo classico circa l’interpretazione dei rami diversi della scienza e non posso che addurre l’insufficienza della mia dottrina e un’indolenza naturale che mi ha impedito d’approfondire l’argomento come avrei dovuto. Crede lei che non ho messo mai piede in un laboratorio di fisica o di chimica? No, mai. Le Conte aveva ragione, e anche lei, signor Eden; però sino a un certo punto.

Con un pretesto qualunque, Ruth trasse Martin da parte, e gli disse sottovoce:

— Non avreste dovuto fermarvi tanto tempo a conversare col professore Caldwell; anche gli altri hanno desiderio di parlare con lui.

— Chiedo scusa! — rispose Martin confuso. — Ma l’ho costretto a manifestarsi un po’, ed era così interessante, che non ho riflettuto. Sapete: è l’uomo più intelligente, più brillante, che abbia mai incontrato. E voglio confessarvi un’altra cosa: credevo una volta che tutti quelli che uscivano dall’Università o avevano alte cariche nella società fossero brillanti o intelligenti come lui!