— Parlatemi di lui, — disse lei, — non della sua ampiezza d’idee nè del suo brio, qualità che conosco, ma invece, di ciò che criticate, in lui; sono curiosa di saperlo.
— Sarò vituperato, senza dubbio! — dichiarò Martin allegramente. — Se parlaste voi per la prima? Ma forse voi lo considerate perfetto in tutto, no?
— Io ho frequentato due corsi di lezioni fatte da lui e lo conosco da due anni; vorrei dunque conoscere la vostra prima impressione.
— Una cattiva impressione, volete dire! Ebbene, ecco: tutte le belle cose che pensate di lui sono giuste, credo; comunque, è il più bel campione d’intellettualità, che abbia mai conosciuto. Ma è rôso da un segreto rimorso, — oh! nulla di volgare e di basso! Mi pare che sia un uomo il quale, avendo approfondito le cose, ha avuto tanta paura di ciò che ha visto, che vuol persuadersi di non aver visto. Ecco un’altra spiegazione, giacchè può darsi che questa non sia molto chiara. Un uomo ha scoperto il cammino che conduce al tempio misterioso e non ha seguito questo cammino; forse ha scorto il frontone radioso e cerca di convincersi ch’è stato ingannato da una specie di miraggio. Volete anche un’altra spiegazione? Un uomo avrebbe potuto far delle cose, ma non ha dato loro molta importanza, e poi, nel più profondo del cuore, rimpiange di non averle fatte; egli che rideva delle possibili ricompense, ora le rimpiange amaramente, e piange anche per aver rinunziato alla gioia dell’azione.
— Il mio modo di vedere non è punto questo, — fece lei. — E, d’altra parte, non capisco bene ciò che volete dire.
— È una vaga impressione, — corresse Martin, — che non è fondata su nulla di preciso: non è che un’impressione, fors’anche falsa. Voi lo conoscete meglio di me.
Martin riportò da quella serata trascorsa presso i Morse un’impressione confusa di sentimenti opposti; l’ambiente, le cime alle quali aveva aspirato, la gente di cui aveva sognato di diventare l’uguale, lo deludevano. D’altra parte, il buon successo ottenuto lo incoraggiava. L’ascesa era stata più facile che non credesse; eppoi, — egli dovette confessarselo senza falsa modestia, — aveva conquistato il suo fine: egli si sentiva superiore a quella gente, tranne, però, il professore Caldwell. Ne sapeva più di loro, circa la vita e i libri, e si domandò ancora a che cosa servisse la loro istruzione. Ciò ch’egli ignorava, era il fatto d’essere dotato d’una potenza cerebrale straordinaria, e che le persone di vero valore non s’incontrano nei salotti del genere di quello dei Morse; e non immaginava neppure che le persone d’eccezionale valore sono simili alle grandi aquile solitarie che volano molto in alto nell’azzurro, al disopra della terra e della sua supina banalità.
CAPITOLO XXVIII.
Ma il successo abbandonava nuovamente Martin: nessun messaggero veniva a picchiare alla sua porta. Durante venticinque giorni, domeniche e feste comprese, egli lavorò attorno a «La Vergogna del Sole«, lungo saggio di circa 30.000 parole, nel quale egli moveva deliberatamente contro il misticismo di Maeterlinck. Egli si poneva dal punto di vista della scienza positiva, contro i cacciatori di chimere, pur ammettendo tutto l’ideale, tutto il sogno non ismentiti dai fatti accertati. Tempo dopo, egli proseguì le sue critiche con due brevi saggi: «I Cacciatori di chimere» e «La Misura dell’io». E i viaggi d’andata e ritorno, di rivista in rivista, ricominciarono.
Durante i venticinque giorni spesi per «La Vergogna del Sole», egli vendette qualche sciocchezzuola giornalistica per 31 lire; uno scherzo in rime che gli procurò lire 2,50, un altro, 5 lire; due poemi umoristici che gli furono pagati rispettivamente 10 e 15 lire. Poi, dato fondo al credito presso i fornitori (sebbene avesse fatto salire a venticinque lire il conto presso il droghiere), la bicicletta e il vestito ritornarono al Monte di pietà; e l’agenzia delle macchine da scrivere ricominciò le sue richieste, insistendo sulla clausola del contratto, secondo la quale il nolo doveva essere pagato anticipatamente.