Incoraggiato da questi piccoli guadagni, Martin proseguì il «lavoro di grosso», che forse gli poteva dar da vivere... Le venti novelle rifiutate dal Sindacato delle novelle, giacevano sotto la tavola: egli le rilesse, per vedere come non bisognava scriverle, e così ne scoprì la formula perfetta. Una novella per giornali non deve avere mai un finale triste, non deve contenere alcuna bellezza di stile, nè pensieri sottili, nè vera delicatezza di sentimenti; pure, dev’essere piena di belli e nobili sentimenti (di quelli che egli applaudiva, quand’era giovanissimo, dall’alto della piccionaia, e col solito marchio: «Per Dio, per lo Zar», e «Sono povero, ma onesto»).
Messo così sull’avviso, Martin consultò La Duchessa, come diapason, e si mise al lavoro secondo la formula, la quale era divisa in tre parti:
- 1.º Una coppia d’innamorati che viene separata;
- 2.º Un avvenimento qualunque che li riunisce;
- 3.º Matrimonio.
Le due prime parti potevano variare all’infinito, ma la terza era immutabile. Così, la coppia d’innamorati poteva essere separata: 1.º per errore; 2.º per fatalità; 3.º a causa dei rivali gelosi; 4.º per crudeltà dei genitori; 5.º per malizia dei tutori; 6.º a causa di vicini avidi, ecc. ccc. I due potevano essere riuniti: 1.º da una buona azione dell’innamorato o dell’innamorata: 2.º da un mutamento di sentimento dell’uno o dell’altra; 3.º dalla confessione volontaria o coartata del tutore astuto, dal vicino cupido o dal rivale geloso; 4.º dalla scoperta d’un segreto; 5.º dalla presa d’assalto del cuore della ragazza; 6.º da un sublime atto di abnegazione del giovanotto, e così di seguito, all’infinito. Era molto divertente fare in modo che la ragazza fosse la prima a dichiarare il suo amore; poi Martin scoprì, a poco a poco, altri mezzucci piccanti e ingegnosi; ma, s’aprissero le cateratte del cielo o cadesse il fulmine in modo catastrofico, il matrimonio finale doveva avvenire, comunque. La formula prescriveva un minimo di 1.100 parole, e un massimo di 1.500. Prima di progredire in quest’arte, Martin si fece una mezza dozzina di schemi, ch’egli consultava sempre prima di scrivere una novella. Questi schemi erano simili a quelle ingegnose tavole usate dai matematici, che possono consultarsi dall’alto, dal basso, a destra, a sinistra, in mezzo a una quantità di righe e di colonne, e dalle quali si può trarre, senza ragionamento e senza calcolo, migliaia di conclusioni diverse, tutte invariabilmente precise ed esatte. In questo modo, Martin poteva, con l’aiuto degli schemi, in una mezz’ora, fare una dozzina di novelle, ch’egli metteva da parte e poi sviluppava con comodo.
Dopo una giornata di lavoro serio, egli ne faceva una facilmente prima di coricarsi. Confessò persino a Ruth, poi, che le scriveva quasi dormendo. Solo, la costruzione degli schemi richiedeva una certa applicazione, ch’era però puramente meccanica.
Egli non dubitò punto della sua formula e capì finalmente la mentalità degli editori il giorno in cui scommise con se stesso che le prime due novelle sarebbero state accettate. Infatti, dopo dodici giorni gli furono pagate venti lire l’una. Intanto egli faceva allarmanti scoperte circa le riviste illustrate: sebbene la Transcontinental avesse pubblicato «L’appello delle Campane», non aveva più mandato lo chèque, e Martin, poichè ne aveva bisogno, lo richiese. Gli giunse una risposta reticente, con la richiesta d’altre novelle. Intanto, in attesa della risposta, egli rimase due giorni digiuno, e fu costretto a impegnar nuovamente la bicicletta.
Due volte la settimana, regolarmente, egli scrisse alla Transcontinental per avere le venticinque lire. Gli veniva risposto di tanto in tanto; egli ignorava che la Transcontinental vivacchiava da alcuni anni, ed era una rivista di decimo ordine, senza solide fondamenta, con una tiratura basata, parte su soffietti, parte su appelli patriottici, e con una pubblicità che consisteva soprattutto in doni caritatevoli. Ignorava anche che la Transcontinental rappresentava l’unica fonte di vita per l’editore e pel gerente, che non potevano cavarsela se non rifiutando il pagamento della pigione, e ogni altro pagamento; e tanto meno poteva sapere che le venticinque lire spettantigli erano state spese dal gerente per ridipingere la casa dove abitava a Alameda, e che quest’opera d’arte era stata compiuta dal gerente in persona, una domenica, perchè non aveva di che pagare un pittore e anche perchè l’imbianchino che aveva chiamato era caduto dall’alto della scala e s’era spezzata la clavicola.
Neppure le 50 lire per i «Cacciatori di Chimere» venduti al giornale di Chicago, si fecero vedere; l’articolo era stato pubblicato, come egli stesso potè rilevare nella sala di lettura Centrale, ma l’editore rimase sordo a ogni richiamo. Le sue lettere furono ignorate, puramente e semplicemente; sebbene parecchie di esse fossero raccomandate. Era un furto, nè più nè meno, — concluse lui, — un furto cinico: mentre egli moriva di fame, gli rubavano la merce, la cui vendita costituiva per lui l’unico provento per vivere.
Gioventù e Maturità, era una rivista settimanale: essa aveva appena pubblicato i due terzi della serie di 21.000 parole, quando fallì; e così svanì la speranza di intascare le 80 lire.
Per colmo di disgrazia, «La Marmitta», ch’egli giudicava come uno dei suoi migliori lavori, andò perduto. Disperato, non sapendo più dove rivolgersi, egli aveva finito col mandarlo a L’Onda, settimanale mondano di San Francisco. Siccome non c’era di mezzo che il golfo, di lì a Oakland, la risposta doveva essere sollecita, se non altro. Due settimane dopo diede un balzo di gioia, vedendo, nell’ultimo numero pubblicato, l’intero suo racconto, illustrato, e al posto d’onore. Ritornò a casa raggiante, domandandosi quanto gli avrebbero pagato la sua opera migliore. La prontezza con la quale l’avevano pubblicata era di buon augurio; e il fatto che l’editore non l’aveva neppure informato aumentava la sorpresa. Dopo aver aspettato otto giorni, la timidezza fu vinta dall’impazienza, ed egli scrisse all’editore de L’Onda dicendo che probabilmente, per errore, avevano trascurato di regolargli il conticino.