— Io sono repubblicano, — fece, senza dar peso, il signor Morse. — In quale categoria mi mettete, per piacere?
— Oh! voi siete il servitore incosciente.
— Un servitore?
— Dio mio!, sì. Voi lavorate per la vostra corporazione; i vostri clienti non appartengono nè alla classe operaia nè a quella dei criminali. I vostri proventi non dipendono nè dai maltrattatori delle proprie mogli, nè dai pickpockets. Siete pagato dai padroni della Società, e «chi nutre un uomo ne è padrone». Sì, siete un servitore: non fate che difendere gl’interessi del capitalismo che servite.
Il signor Morse era diventato un po’ rosso.
— In verità, signore, — disse, — voi mi sembrate uno dei masnadieri socialisti.
E allora Martin gli fece osservare:
— Voi odiate i socialisti e ne avete paura! Ma perchè? Non conoscete nè loro, nè la loro dottrina.
— La vostra teoria, comunque, rassomiglia in modo singolare a quella dei socialisti, — ribattè il signor Morse, mentre gli sguardi di Ruth correvano ansiosamente dall’uno all’altro e la signora Morse esultava di quell’occasione che eccitava l’antagonismo del suo signore e padrone.
— Dall’affermare come faccio io, che i repubblicani son bestie, che la libertà, l’eguaglianza, la fraternità non sono altro che bolle di sapone non si può trarre la conclusione che io sia socialista, — disse sorridendo Martin. — Dal fatto che io interrogo Jefferson e il Francese ignaro che l’ha istruito, non si può indurre che io sia socialista. Credetemi, signor Morse, voi siete molto più vicino al socialismo, che non sia io, suo nemico giurato.