— Voi scherzate, — fu l’unica risposta dell’altro.

— Niente affatto: parlo con molta serietà. Voi credete ancora all’eguaglianza — e intanto lavorate per le corporazioni che, ogni giorno più, calpestano l’uguaglianza. E mi chiamate socialista, perchè nego l’uguaglianza, perchè affermo il perchè voi vivete. I repubblicani sono i nemici dell’uguaglianza e la combattono nel suo nome: ecco perchè mi sembrano stupidi. Quanto a me, io sono individualista; io credo che la corsa sia vinta dal più rapido, che la vita sia del più forte. Questo me l’ha insegnato la biologia; credo almeno d’averlo imparato. Sì, sono individualista, e l’individualismo è il nemico eterno, ereditario del socialismo.

— Ma frequentate dei comizi socialisti! — lanciò il signor Morse.

— Certamente! così come gli spioni frequentano i campi nemici. Come sapreste altrimenti ciò che accade? Del resto, mi ci diverto: sono dei buoni lottatori, e, abbiano torto o ragione, hanno i loro autori. Il minore tra loro s’intende di sociologia più che la media degl’industriali. Sì, ho assistito a qualche loro comizio! Ma non perciò sono diventato socialista, allo stesso modo che non sono diventato repubblicano ascoltando Charlie Hapgood.

— Non so perchè, — fece debolmente il signor Morse, — ma credo che voi tendiate al socialismo.

— Dio me ne guardi! — disse fra sè Martin: — non ha ancora capito una parola di ciò che gli ho detto. E lui, che ne ha fatto della sua istruzione?

Fu così che Martin si trovò a faccia a faccia con la morale economica o morale delle classi, la quale gli apparve in breve come uno spaventapasseri. Personalmente, egli era un moralista intellettuale, e la morale della gente che gli era attorno gli ripugnava più che non la piattezza pomposa dei ragionatori. Questa morale era un misto curioso d’economia politica, di metafisica, di sentimentalismo e di spirito d’imitazione.

Egli trovò un esempio di questa morale bizzarra e confusionaria nel suo ambiente più immediato. Sua sorella Marianna era stata corteggiata da un giovane meccanico d’origine tedesca che, dopo aver coscienziosamente imparato il suo mestiere, aveva messo su una bottega di riparazione di biciclette, e poichè egli era anche rappresentante di una ditta (di second’ordine), il suo commercio prosperava. Marianna, era andata ad annunziare, tempo prima, il suo fidanzamento a Martin, e, scherzando gli aveva esaminato le linee della mano e gli aveva predetto la buona ventura. Nella visita che seguì, lei condusse con sè Hermann von Schmidt. Martin li accolse con tutti gli onori, e si rallegrò con tutti e due, e con tanta cordialità e disinvoltura, che quello zotico del fidanzato ne rimase impressionato in modo sfavorevole. La cattiva impressione s’accrebbe quando Martin gli lesse qualche strofa che aveva composto, in ricordo della visita precedente di Marianna. Erano versi leggeri e delicati, ch’egli aveva intitolati «La Chiromante». Rimase sorpreso vedendo, quand’ebbe finito di leggere, che sua sorella non solo non mostrava piacere ma guardava ansiosamente il suo fidanzato; e Martin, seguendo la direzione degli sguardi di lei, vide che la faccia asimmetrica del bravo ragazzo rifletteva una cupa disapprovazione. Non avvenne nessuna spiegazione, però; la coppia se la svignò prontamente, e Martin dimenticò subito quell’incidente, sebbene rimanesse molto stupito, là per là, dal fatto che una donna, sia pure del popolo, potesse essere così insensibile a dei versi fatti in suo onore.

Sere dopo, Marianna tornò a trovarlo, sola, questa volta. Lei andò diritta allo scopo e lo riprese con buone maniere, per quanto aveva fatto.

— Come, Marianna! — disse Martin, con aria di dolce rimprovero, — tu parli come se avessi vergogna della tua famiglia, di tuo fratello, comunque!