— Certo che ho vergogna! — esclamò lei.

Martin vide ch’ella aveva gli occhi pieni di lacrime, per umiliazione: il dolore di lei, comunque, era sincero.

— Ma Marianna, perchè il tuo Hermann dovrebbe esser geloso pel fatto che io ho scritto dei versi su mia sorella?

— Non è geloso, — singhiozzò lei: — dice che è indecente, oh!... osceno!

Martin fece udire un lungo sibilo d’incredulità, poi andò a cercare una copia della «Chiromante» e la lesse.

— Non vedo, — disse poi porgendole il manoscritto; — leggimelo tu e mostrami dov’è ciò che ti sembra oscenità, — non ha detto così?

— Proprio così, e deve intendersene. — rispose Marianna, respingendo il manoscritto con aria di disgusto. — E dice che devi lacerarlo. Dice che non vuol saperne d’una donna sulla quale hanno scritto delle cose che tutti possono leggere. Dice che è una vergogna e che non gli va.

— Senti, Marianna, tutto questo è idiota, — cominciò Martin: poi si fermò: aveva mutato idea. Vide la povera ragazza triste, si rese conto dell’inutilità dei suoi sforzi per convincere lei e il suo fidanzato, e decise di cedere, sebbene considerasse quell’incidente come illogico e ingiurioso.

— Benissimo! — dichiarò, lacerando il manoscritto e gettandolo nel cestino.

Gli bastava sapere che l’originale era già presso la redazione d’una rivista di New York; Marianna e il suo fidanzato non ne avrebbero saputo nulla, e nè essi nè altri avrebbero peggiorato le loro condizioni, se quel grazioso e innocente poema fosse stato pubblicato.