Marianna fece l’atto di stendere le mani verso il cestino, ma si trattenne.
— Posso? — domandò con voce supplichevole.
Egli fece segno di sì, e la guardò con aria pensosa, mentre lei raccoglieva i pezzetti di carta e se li ficcava nella tasca della giacca, per provare il successo del suo tentativo. Essa gli fece ricordare Lizzie Connolly, sebbene quella ragazza, ch’egli aveva visto due volte, fosse più vivace, più vibrante; ma si rassomigliavano tutt’e due nell’andatura e nell’insieme, ed egli si divertì a immaginare l’una o l’altra in atto di entrare nel salotto della signora Morse.
Poi il divertimento venne meno, ed egli si sentì infinitamente solo. Sua sorella e il salotto dei Morse erano come limiti lungo il cammino pel quale procedeva, e li aveva oltrepassati. Egli diede uno sguardo amichevole ai suoi libri; erano i soli compagni che gli rimanessero.
— Su, che c’è? — fece lui di soprassalto.
Marianna ripetè la domanda.
— Perchè non lavoro? — E rise di malincuore. — Il tuo Hermann t’ha raccontato delle bestialità.
Ella scosse la testa negativamente.
— Non mentire! — disse lui; e poichè essa taceva; — Senti, dirai al tuo Hermann che pensi ai fatti suoi. Quando io scrivo dei versi a una ragazza alla quale fa la corte, la cosa lo riguarda; ma oltre questo, non ha ragione di dirmi altro. Capito?
— Dunque, tu non credi al mio avvenire di scrittore, di’? — proseguì lui. — Credi che io sia un fannullone? un uomo perduto, un disonore per la famiglia?