— Credo che sarebbe meglio che tu scegliessi un mestiere, — disse lei con fermezza, ed egli vide ch’era profondamente convinta. — Hermann dice...
— Vada al diavolo il tuo Hermann! — interruppe lui allegramente. — Vorrei sapere piuttosto quando vi sposerete. Cerca di sapere anche se il tuo Hermann si degnerà di accettare un regalo da me, pel vostro matrimonio. — Egli riflettè a quell’incidente, dopo la partenza di Marianna, ed ebbe un riso amaro pensando a sua sorella e al suo fidanzato, a tutti quelli della sua classe sociale, a tutti coloro che appartenevano alla classe di Ruth, o regolavano la loro meschina piccola vita secondo meschine piccole formole, — fantocci pedissequi, che modellavano la loro vita su quella del vicino, incapaci di vivere realmente la vita, a causa dei pregiudizi che li guidavano. Egli se li vedeva sfilare davanti, processionalmente: Bernardo Higgingbotham sottobraccio col signor Butler, Hermann von Schmidt con Charlie Hapgood, e altri, pari pari, che egli esaminava, giudicava e respingeva. Vanamente si domandava: dove sono le grandi anime? Dove sono i grandi pensatori? E tra la folla di persone indifferenti, informi, stupide, ch’egli evocava, non trovava nulla. Fu vinto dal disgusto, simile a quello che deve aver sentito Circe per la sua mandria di porci.
Quando egli, il respinto, l’ultimo, si credette solo, finalmente, un nuovo venuto apparve d’improvviso, non chiamato. Martin lo guardò e si vide di fronte, con un cappello sulle ventitrè, un soprabito troppo corto, il giovane dappoco ch’egli era stato, e che si pavoneggiava.
— Tu eri come gli altri, giovanotto, — schernì Martin. — La tua morale e le tue nozioni somigliavano alle loro; non avevi alcuna personalità; le tue idee, come i tuoi vestiti, erano bell’e fatte; agivi pel pubblico; eri il galletto della compagnia, perchè gli altri ti acclamavano. Tu comandavi la tua banda e lottavi; non per gusto, giacchè in fondo ne avevi disprezzo, ma perchè gli altri ti battevano sulla spalla e ti adulavano. Hai conciato per le feste Testa di Formaggio perchè non voleva cedere, prima di tutto perchè eri l’ultimo dei bruti, eppoi perchè credevi, come tutti coloro che ti attorniavano, che la virilità d’un uomo fosse in proporzione della ferocia di cui dà prova riducendo a brandelli il proprio simile. Come, giovane sciocco? tu rubavi loro le fidanzate, non per desiderio, ma perchè nella midolla dei tuoi genitori fermentava l’istinto dello stallone selvaggio e del toro. Ebbene, sono passati degli anni; che ne pensi tu, ora?...
Come per rispondergli, la visione mutò subito; il feltro floscio, il soprabito corto scomparvero, sostituiti da vestiti più sobrî; l’indolenza del viso, la durezza dello sguardo cedettero a un’espressione serena, luminosa, che sembrava il riflesso d’una meravigliosa chiarezza interiore. Quel fantasma rassomigliava stranamente al Martin Eden attuale; guardando meglio, egli vide la lampadina che lo illuminava, il libro che studiava. Lesse il titolo: Scienza dell’Estetica. Era proprio lui... Egli alimentò la lampada e riprese la lettura della Scienza dell’Estetica, nel punto dove l’aveva interrotta.
CAPITOLO XXX.
In un bel pomeriggio della fine d’estate, simile al giorno in cui egli vide sbocciare il suo amore, un anno prima, Martin lesse il suo «Ciclo d’Amore» a Ruth. Come allora, essi erano adagiati nel cantuccio prediletto sulla collina. Di tanto in tanto lei aveva interrotto la lettura con delle esclamazioni di piacere: quando ebbe sovrapposto l’ultimo foglio sugli altri, egli attese il giudizio di lei. Lei lo fece aspettare, poi parlò, tra pause, esitando nell’esprimere la durezza del suo pensiero.
— Mi sembrano bellissimi, veramente molto belli; ma non riuscite a venderli, non è vero?.. Capite ciò che voglio dire? — fece lei con voce quasi implorante. — La vostra letteratura è invendibile. Vi sono delle cose là dentro che v’impediscono di guadagnarvi da vivere con... Forse la colpa è degli altri... Ma, caro, comprendetemi bene. Io sono orgogliosa, lusingata — quale vera donna non lo sarebbe? — del fatto che voi avete scritto dei poemi su me; ma essi non faranno in modo da rendere possibile il nostro matrimonio. Non lo credete, Martin?... Non crediate che io sia venale; sono tormentata dall’amore, dal pensiero del nostro avvenire. È passato un anno intero dacchè abbiamo dichiarato il nostro reciproco amore, e il nostro matrimonio è ancora lontano. Non mi giudicate male, Martin; si tratta davvero di tutto il mio cuore, di tutta me stessa. Perchè non tentare d’entrare in un giornale, giacchè tenete assolutamente a scrivere? Perchè non diventate reporter... almeno per un po’ di tempo?
— Mi guasterei lo stile, — fece lui a voce bassa, monotona. — Voi non sapete quanto lavoro mi è costato lo stile.
— Ma quelle novelle? — insistè Ruth. — Voi le chiamate «lavoro di grosso» e ne avete scritte molte. Non vi hanno guastato anch’esse lo stile?