— No, il caso è diverso. Le novelle nascevano spontaneamente, dopo una lunga giornata di lavoro di stile; ma il lavoro d’un reporter è compito di tutti i minuti e assorbe completamente. Non è più una vita, ma un turbine, senza passato, senz’avvenire, e certo senz’alcuna preoccupazione di stile o letteraria. Ma fare il reporter proprio ora che il mio stile si assoda, significherebbe suicidarsi letterariamente. Pensate un po’, a ogni novella, la minima parola d’ogni novella feriva il rispetto di me stesso, il rispetto che ho della bellezza, al punto da farmi ammalare. Mi pareva di commettere un peccato! E quando me le rifiutavano, in fondo ne ero contento, sebbene dovessi riportare gli abiti all’agenzia dei pegni! Ma oh! la gioia di scrivere «Il Ciclo d’Amore»!... la gioia del creatore, nella sua più nobile espressione. Mi ricompensava di tutto, di tutto!...

Martin non seppe sino a qual punto queste parole lasciassero Ruth indifferente. «La gioia di creare» era però una frase che egli aveva udita per la prima volta dalla labbra di lei. Essa l’aveva letta, ne aveva studiato il significato all’Università lavorando per la laurea; ma lei non aveva alcuna originalità; il dono di creare le mancava totalmente, e la sua cultura era un semplice riflesso di quella degli altri.

— Insomma, l’editore non ha ragione di correggere i vostri «Poemi del Mare»? — domandò lei. — Ricordatevi che bisogna che gli editori abbiano dato prova di buone attitudini.

— Questo rientra perfettamente nell’onnipotenza della cosa stabilita, — replicò lui. — Ciò che è, non solo è bene, ma non potrebbe essere meglio. Il fatto che una cosa esiste basta da solo a giustificarla! Notate che solo l’ignoranza della gente fa credere una stupidaggine simile; la loro ignoranza, che non è altro che l’omicida mentale descritto da Weininger. La gente immagina di pensare, e accade che degli esseri senza pensiero si erigano ad arbitri di coloro che pensano davvero.

Egli tacque, essendosi accorto d’aver oltrepassato la comprensione mentale di Ruth.

— Io non conosco questo Weininger, — fece lei. — E voi generalizzate talmente, che non posso seguirvi. Dicevo che gli editori sono gente di qualità...

— Vi dirò, — interruppe Martin, — che il novantanove per cento degli editori è rappresentato da persone fallite, che non sono riuscite come scrittori. Non crediate ch’essi preferiscano lo loro fatica burocratica, il loro asservimento al pubblico e agli accomandatari alla gioia di scrivere; hanno tentato, ma non sono riusciti. Ed ecco appunto il paradosso idiota della cosa: tutte le porte della letteratura sono guardate da questi cerberi, dai falliti della letteratura. Editori, redattori, direttori letterari di riviste e librai, tutti, o quasi, hanno voluto scrivere e si sono mostrati inetti. Ed è questa gente — meno dotata di qualità — che decide di ciò che deve o non deve essere pubblicato! E questa gente, che ha provato la sua mancanza di originalità e d’ingegno, è incaricata proprio di giudicar dell’originalità e dell’ingegno degli altri! Poi vengono i critici di riviste — gente fallita anch’essi. — Anch’essi hanno sognato di scrivere versi o romanzi, e non hanno potuto. Come! ma la media delle riviste è nauseante, a volerla mandar giù, come l’olio di fegato di merluzzo!... Ma vi ho già detto tutto ciò; vi sono dei grandi critici, certo, ma sono rari come le comete. Comunque, se dovessi fallire come scrittore, sarei maturo per la professione d’editore; avrei pane, companatico e persino il dolce assicurato.

Lo spirito pronto di Ruth e la disapprovazione delle idee del suo fidanzato le fecero sorvolare la contraddizione che le pareva implicita in quella diatriba.

— Ma, Martin, se è così, se tutte le porte sono chiuse, come dimostrate, come hanno fatto i grandi scrittori per conquistare il successo?...

— Hanno fatto l’impossibile, — rispose lui: — hanno fatto cose tanto meravigliose, inaudite, che alla loro fiamma le porte di bronzo si sono fuse. Sono «arrivati» per miracolo, nella proporzione di uno su mille; sono arrivati perchè simili ai «giganti sfregiati» di cui parla Carlyle, che nulla può abbattere. Ed ecco: bisogna che io compia l’impossibile.