— Non rispondete alla mia domanda. Credete davvero che non abbia alcuna attitudine letteraria?
— Allora vi risponderò. — Essa fece appello a tutto il suo coraggio. — No, io non credo che abbiate attitudini per questo. Scusatemi, caro, voi mi chiedete di dirvi il mio pensiero, e sapete che in fatto di letteratura me ne intendo un po’ più di voi.
— Sì, vi siete laureata in lettere, — diss’egli pensosamente: — dovete sapere.
— Ma voglio dirvi ancora questo, — proseguì egli dopo un penoso silenzio. — Io conosco ciò che ho in me; nessun altro lo sa; io so che riuscirò, e non voglio lasciarmi soffocare. Io non vi chiedo di credete in me nè nel mio avvenire letterario; non vi chiedo altro se non che mi amiate e che abbiate fiducia nell’amore.
Un anno fa vi ho chiesto due anni; mi rimane ancora un anno; e credo davvero — ve ne dò la parola d’onore — che prima d’un anno sarò riuscito. Ricordate ciò che mi avete detto, parecchio tempo fa: che dovevo esercitarmi, prima?... L’ho fatto e ben fatto, ve lo giuro, giacchè voi eravate la meta e aspettavate. Sapete che ho dimenticato che significhi dormire in pace?... Un tempo, — mi sembra che siano passati dei secoli, — dormivo della grossa e mi svegliavo dopo aver riposato abbastanza. Ora, è sempre la sveglia a destarmi; m’addormenti presto o tardi, dormo sempre lo stesso numero di ore; il ricaricar la pendola e lo spegnere la lampada sono per me gli ultimi due atti incoscienti. Quando comincio ad aver sonno, cambio libro sostituendo un volume troppo difficile che sto leggendo con un altro più leggero, e quando mi ci addormento su, mi dò dei pugni sul capo per scacciarne il sonno. Ho letto la storia di un uomo che aveva paura di dormire; un racconto di Kipling. Quell’uomo aveva fissato uno sprone in tal modo, che la stelletta d’acciaio gli penetrava nelle carni quand’egli cedeva al sonno. Ebbene! io ho fatto lo stesso; guardo l’ora e decido di non staccare lo sprone prima di mezzanotte o dell’una, o delle due o delle tre del mattino. E sprono la mia carne stanca sino all’ora che ho detto. Quello sperone è stato mio compagno di letto da alcuni mesi; è diventato tale il mio accanimento al lavoro, che non dormo più di cinque ore e mezza. Ne dormo quattro, ora! Sono affamato di sonno. Ci sono momenti in cui avverto delle vertigini, tale è il bisogno di sonno, dei momenti nei quali la morte, donatrice di riposo, mi tenta, dei momenti nei quali sono assillato da questi versi di Longfellow:
Il mare è silente e profondo,
vi posa ogni cosa del mondo:
basta un passo perchè sia finita,
un tuffo, una bolla; e più nulla è la vita.
S’intende che questo non può durare; è nervosismo dovuto a una eccessiva tensione cerebrale... Ma ecco la conclusione alla quale voglio giungere: Perchè ho fatto tutto questo? Per voi; per affrettare la mia preparazione, per affrettare il successo. Ora la preparazione è finita; io conosco il mio corredo. Vi giuro che imparo più io in un mese, che non la media degli universitarî in un anno. Lo so, vi dico! D’altra parte, se il mio bisogno d’essere compreso da voi non fosse disperato, non vi avrei detto nulla. Voi sapete che non mi vanto; giudico i risultati dai libri. Ora, i vostri fratelli sono dei barbari ignoranti, in confronto a me e alla somma di cognizioni che io ho strappato dai libri mentre essi dormivano! Una volta mi proponevo d’esser celebre, ora non voglio altro che voi; sono più assetato di voi, che non della gloria o del successo. Non sogno altro che questo: posare la testa sul vostro cuore, per sempre. E questo sogno, fra un anno, diventerà realtà.