Un fluido irresistibile emanava da lui, in onde potenti; e a mano a mano che la sua volontà s’ergeva contro quella di Ruth, questa s’abbandonava, irresistibilmente attratta. La sua voce appassionata, i suoi occhi ardenti, erano fiammeggianti di vita intensa e d’intelligenza. In quel minuto — solo in quel minuto — il velo si lacerò, e lei vide il vero Martin Eden splendido e trionfante; e come il domatore che dubita ad un tratto del suo potere sulle belve, lei dubitò del suo sullo spirito indipendente di quell’uomo.

— Un’altra cosa, — proseguì egli con foga: — voi mi amate, ma perchè mi amate? a causa appunto di ciò che sentite in me, di questa forza irresistibile che mi costringe a scrivere: mi amate perchè sono diverso dagli uomini che avete conosciuti e che forse avreste amati. Io non sono nato per vivere la vita dell’impiegato sedentario e per i conti correnti, per i piccoli cavilli degli affari e le maliziette dei legulei. Fatemi diventare come loro, fatemi fare lo stesso lavoro, respirare la stessa aria, vedere la vita dallo stesso punto di vista, e avrete distrutto Martin Eden, avrete distrutto il vostro amore. Per me, il bisogno di scrivere è un bisogno vitale. Se non fossi stato altro che un fantoccio non mi sarei mai sognato di scrivere e voi non vi sareste mai sognata di sposarmi.

— Ma voi dimenticate una cosa, — interruppe lei, contenta d’aver trovato un argomento. — Voi dimenticate quegl’inventori illusi che consumano tutta la loro vita a correre dietro alle chimere, mentre la loro famiglia muore di fame. Le mogli li amano lo stesso, certamente, ed esse soffrono con loro, per loro, non a causa del loro folle traviamento, ma a dispetto di esso.

— È vero, — rispose Martin, — ma vi sono altri inventori che non sono degl’illusi, che muoiono di fame cercando d’inventare mirabili cose e che talvolta, riescono. Dio sa che io non cerco l’impossibile.

— Eppure, avete detto proprio così.

— Parlavo figuratamente; io cerco di fare ciò che altri, prima di me, hanno fatto; tento di scrivere e vivere col lavoro della mia penna.

Il silenzio di lei lo punse vivamente.

— Allora, secondo voi, io tendo a una chimera folle, come la ricerca del moto perpetuo? — fece lui.

Lei gli rispose tacitamente, stringendogli la mano, con pietà, come una madre calma il figliolo malato. Infatti egli divenne, agli occhi di lei, come un bimbo malato, l’illuso assetato d’impossibile.

Alla fine di questo colloquio, essa gli ricordò ancora l’opposizione dei genitori.