— Ma mi amate? — domandò Martin.

— Sì, sì, vi amo! — rispose Ruth.

— E allora, nulla può separarci, — dichiarò egli trionfalmente. — Giacchè ho fede nel vostro amore, e l’antipatia dei vostri genitori non mi fa paura. Tutto, in questo basso mondo, può andare a male, ma non l’amore, che se non è un povero aborto debole e tremante, deve trionfare.

CAPITOLO XXXI.

Martin per caso aveva incontrato sua sorella Geltrude, in Broadway — caso favorevole ma alquanto imbarazzante, come vedremo.

Essa, che aspettava il tranvai a un angolo della via, lo vide per prima: ne vide anche i lineamenti contratti, stanchi, e lo sguardo affannato, disperato, degli occhi incavati. Infatti, stanco, disperato egli era, perchè al Monte di Pietà avevano rifiutato di prestargli qualche altra lira, sul pegno della bicicletta. Poichè incominciava il cattivo tempo, Martin aveva impegnato la bicicletta e ritirato l’abito nero.

— Ecco l’abito nero, — gli aveva risposto il prestatore su pegni, che ne conosceva nei minimi particolari l’attivo. — Ma se so che l’impegnate presso quel maledetto ebreo, Lipka...

Martin, spaventato da quella velata minaccia, si affrettò a rispondere:

— No, no! ne ho bisogno: debbo mettermelo!

— Bene, — fece l’usuraio, raddolcito, — ma non avrete neppure un soldo di più: non voglio rimetterci di tasca mia.