— Vieni a pranzo da me, domani, — suggerì Geltrude bruscamente. — Bernardo non ci sarà: va a San Leandro per affari.
Martin scosse la testa, ma non potè contenere l’espressione di affamato dei suoi occhi, all’idea d’un pranzo.
— Tu non hai un soldo, Mart! Ecco perchè vai a piedi. Altro che ginnastica!... — Lei si sforzò di fiutare con disprezzo, ma il disprezzo non venne. — Aspetta, lasciami vedere!
E, frugato nella borsetta, essa gli ficcò una moneta da venti lire in mano. — Ho dimenticato di farti gli augurî pel compleanno, Mart, — mormorò lei confusa.
Istintivamente Martin aveva chiuso la mano sulla moneta d’oro. Poi egli si disse che non doveva accettare e lottò tra le angosce dell’indecisione. Quell’oro significava il nutrimento, la vita, la luce pel corpo e pel cervello, poter continuare a scrivere e — chissà — scrivere forse l’opera che gli avrebbe dato dell’oro, molto oro. Nella mente gli fiammeggiavano i titoli di due saggi che aveva finiti: «I grandi Sacerdoti del Mistero» e «La Culla della Bellezza». Egli li vide sotto la tavola, tra un cumulo di manoscritti respinti, che egli non poteva più affrancare. Quei lavori non erano conosciuti da nessuno, e non valevano meno degli altri: se avesse potuto comperare i francobolli per spedirli! Poi, la certezza dell’ultimo successo si affermò; egli sentì la sua fame e... con un gesto vivace si ficcò in tasca la moneta d’oro.
— Te la restituirò cento volte, Geltrude, — fece lui con sforzo, la gola contratta, gli occhi umidi. — Ricordati di questo; prima che l’anno sia finito, ti rimetterò in mano un centinaio di queste monete d’oro. Non ti chiedo di credermi: aspetta e vedrai.
Lei non credette punto, naturalmente, e, un po’ impacciata, messo da parte ogni sottinteso, gli disse:
— So che hai fame, Mart: si vede a occhio nudo. Vieni da me a mangiare quando vuoi. Ti manderò uno dei ragazzi a farti sapere quando Higgingbotham non c’è. E, Mart, senti...
Egli attese, pur immaginando ciò che lei avrebbe detto.
— Non credi, tu, che sia tempo di metterti al lavoro?