— Non credi alla mia riuscita? — ribattè lui.

Lentamente, lei fece segno di no, colla testa.

— Nessuno crede in me, Geltrude, nessuno... tranne me. — La sua voce calda era piena di sfida: — Ho già fatto del buon lavoro, molto buon lavoro, e, prima o poi, si venderà.

— Come fai a sapere che è buono?

— Perchè... — Egli si fermò sentendo ch’era inutile spiegarle la ragione della sua fiducia. — Dio mio, perchè è migliore di quasi tutto ciò che appare nelle riviste.

— Vorrei che tu fossi ragionevole, — fece lei timidamente, ma soddisfatta d’avere indovinato ciò che lo tormentava. — Vorrei che tu fossi ragionevole e che venissi a far colazione domani a casa.

Quando lei fu salita sul tranvai, Martin corse alla posta, comperò quindici lire di francobolli e, poi, andando a casa dei Morse, vi ritornò, fece pesare un grosso pacco di lunghe e voluminose buste, sulle quali applicò i francobolli, con cura minuziosa.

Fu una notte memorabile per Martin, giacchè conobbe Russ Brissenden. Come si trovasse là, costui, di chi fosse amico, chi l’avesse condotto là, egli non sapeva e non ebbe neppure la curiosità di domandarlo a Ruth. Là per là, egli parve a Martin superficiale, insignificante; ma un’ora dopo, Martin giudicò che Brissenden era più selvaggio d’un selvaggio, dal modo come irrompeva da uno camera all’altra, dal modo di guardare i quadri e di sfogliare senza tanti riguardi libri e riviste illustrate ch’egli prendeva sulla tavola o da uno scaffale della biblioteca.

Sebbene fosse l’ultimo venuto nella casa, egli finì col rannicchiarsi in una profonda poltrona, e, tratto di tasca un sottile libriccino, immergersi nella lettura, isolandosi totalmente dal resto della compagnia. Mentre leggeva si passava una mano distratta e carezzevole tra i capelli. Poi Martin cessò d’osservarlo; ma tempo dopo l’udì che faceva dello spirito, con successo, tra uno sciame di signorine. Ma il caso volle che, andando via, Martin si ritrovasse con Brissenden, in istrada.

— Toh! è lei? — fece Martin.