L’altro emise una specie di aspro grugnito, ma accordò il passo con Martin. Tacquero tutt’e due per un po’.

— Che vecchio asino pomposo!

L’impulsività, la violenza di questa esclamazione sorpresero Martin e lo divertirono, pur non diminuendo per nulla l’antipatia ch’egli sentiva per quel tipo.

— Perchè va da quella gente? — lanciò Brissenden, bruscamente, dopo un lungo silenzio.

— E lei? — ribattè Martin.

— Parola d’onore che non lo so! D’altra parte, è il primo tentativo. Il giorno è composto di ventiquattr’ore, e bisogna pure che le passi in un modo qualsiasi. Andiamo a bere qualche cosa.

— Accetto, — rispose Martin.

Ma si pentì subito di aver accettato così facilmente. A casa l’aspettava un «lavoro di grosso», per la durata di parecchie ore, da sbrigare prima di andare a letto, come pure un volume di Weissmann, senza contare l’autobiografia di Herbert Spencer, la cui vita avventurosa l’appassionava come il più interessante dei romanzi. Perchè perdere il tempo con quell’uomo che gli dispiaceva? Ma non aveva accettato per lui, o per bere, ma per i lumi splendidi, per gli specchi, per lo scintillio dei cristalli e delle argenterie, per le facce felici e ridenti, e pel chiasso delle voci. Sì, per questo soprattutto: egli aveva bisogno di udir le voci di quegli uomini felici, «arrivati», che spendevano e godevano. Si sentiva solo, terribilmente solo: ecco perchè egli era andato incontro all’invito, come boniti che saltano sul cencio bianco alla punta dell’amo.

Dal tempo di Joe e delle acque termali di Shelley, e tranne quando aveva bevuto qualche bicchiere col droghiere portoghese, Martin non aveva messo piede in un bar. La fatica cerebrale non gli faceva sentire il bisogno imperioso di bere, che la spossatezza fisica, invece, gli aveva fatto sentire; non sentiva punto la privazione del bere. In quel momento egli ebbe bisogno, anzichè della bevanda, per se stessa, dell’atmosfera del bar.

Entrarono nel «Grotto», s’adagiarono in comode poltrone, bevvero dello Scotch Whisky con soda, e conversarono.