— Niente Scotch Whisky, — annunziò Brissenden, al ritorno. — Quel brigante non vende altro che dell’Americano. Eccone un quarto.

— Manderò uno dei ragazzi a cercare dei limoni; faremo un toddy, — propose Martin; poi riprese, indicando il libro in questione: — Mi domando quanto possa guadagnare Marlow, con un libro come questo.

— Forse duecentocinquanta lire. — rispose Brissenden. — Ma può considerarsi fortunato se le ha, e specialmente del fatto d’aver persuaso l’editore a pubblicarglielo.

— Allora, è impossibile vivere scrivendo versi?

— Certo; solo gl’imbecilli lo credono; facendo i rimaiuoli, sì. Guardi Bruce e Virginia Spring e Sedgwick, per esempio: se la cavano con buona grazia. Ma la poesia, la vera? Sa come Vaughan Marlow si guadagna da vivere? È professore di liceo in Pennsylvania; e di tutti gl’inferni, quello porta la palma. Io non accetterei il suo posto, neanche in cambio di cinquant’anni di vita. Eppure, le sue opere spiccano sul grigiore dei versificatori contemporanei come una rosa fra i cardi. E sapesse che cosa dicono di lui i critici! Che sinistri idioti sono tutti quanti!

— Gli uomini senza talento sfogano la loro rabbia giudicando coloro che ne hanno, — confermò Martin. — Io sono rimasto stupito dalla montagna di sciocchezze che hanno scritto su Stevenson e la sua opera.

— Vampiri e arpie! — brontolò Brissenden, digrignando i denti, come per mordere. — Sì, conosco questa razza d’animali; essi gli danno addosso a beccate, a proposito della lettera al padre Damiano: lo analizzano, lo pesano.

— Lo misurano a palmi, secondo la misura della loro nullità. — fece Martin.

— Sì, è così, ben definito! Essi sconciano e insozzano la Verità, la Bontà, la Bellezza, pur battendogli sul dorso e dicendogli: «Buon Fedele! buon cane!» Puah! Riccardo Realfe, la notte in cui morì, li chiamò «piccoli feti ciarlieri».

— Si piluccherebbero le stelle a una a una, col loro becco, — proseguì Martin, con calore. — Io ho scritto una satira, a questo riguardo, sui critici e sui rivistai, specialmente.