E assicurò Martin che era un vero poeta; e Martin comprese che anche l’altro era un poeta sebbene non avesse mai tentato di far pubblicare i suoi versi.
— Vadano a tutti i diavoli questi editori! — rispos’egli a Martin che gli proponeva di occuparsi della pubblicazione dei suoi lavori. — Ami la bellezza per se stessa e lasci in pace le riviste. Ritorni alle navi e al mare, Martin Eden; questo è il consiglio che le dò. Che bisogno ha lei di queste città malsane e putride? Lei si uccide quando cerca di prostituire la bellezza: quest’è la verità. Che cosa mi citava l’altro giorno? Ah, ecco! «Un uomo, ultimo degli effimeri». Ebbene, lei, l’ultimo degli effimeri, che bisogno ha della gloria? Se dovesse conquistarla, essa l’avvelenerebbe. Lei è troppo semplice, elementare! troppo razionale per riuscire in quest’imbroglio. Parola mia! Spero bene che neppure una rivista le pubblichi mai le sue cose: non bisogna essere schiavi che della bellezza. La serva e mandi al diavolo la folla imbecille. Il successo! Il successo è là, nel suo sonetto su Stevenson, che supera «L’apparizione« di Henley, e nel «Cielo d’Amore», e nei «Poemi del Mare». La nostra gioia non consiste nel successo che si ottiene, ma nel fatto che si scrive. Io lo so, e anche lei lo sa. La bellezza l’assilla; essa è in lei come un dolore che rode, come una piaga che non vuol cicatrizzarsi, come uno stile di fiamma. E lei vuote mutarla in danaro? D’altra parte, lei non può in nessun modo! Ma mette conto davvero agitarsi per questo?... Legga le riviste durante dieci secoli, e lei non troverà un rigo che valga una parola di Keats. Lasci stare la gloria e la fortuna, firmi un contratto d’imbarco, domani, e ritorni sul mare.
— Non si tratta di gloria, ma d’amore, — disse Martin ridendo. — Sembra che l’amore non occupi un gran posto nel vostro Cosmo: nel mio, la Bellezza è l’ancella dell’Amore.
Brissenden gli lanciò uno sguardo che esprimeva, insieme, pietà e ammirazione.
— Com’è giovane, mio piccolo Martin, com’è giovane! Lei andrà molto in alto, ma le sue ali sono formate da un velo molto delicato, da una peluria finissima; non le sciupi. Ma ormai è già fatto. Il «cielo d’Amore» è stato scritto in onore d’una donna qualunque, ed è un peccato.
— È stato scritto anche a gloria dell’amore, — ribattè Martin, allegramente.
— La filosofia della folla, — continuò l’altro. — I sogni dello haschich me ne hanno insegnato tanto. Ma badi! La grande città, i filistei, la fanno perdere. Per esempio! guardi quel covo di commercianti dove l’ho incontrato: non è altro che putridume. È impossibile conservare la propria personalità in un’atmosfera simile: non ce n’è uno là dentro, uomo o donna, che valga qualche cosa: non sono altro che stomaci guidati da pregiudizî intellettuali e artistici...
Egli s’interruppe bruscamente, guardò Martin e indovinò a un tratto la verità; il suo viso assunse a un tratto un’espressione d’orrore stupefatto!
— E per lei ha scritto questo meraviglioso «Ciclo d’Amore»! per quell’insignificante pupattola raggrinzita!...
Ma non aveva finito di pronunziare queste parole che la mano di Martin l’aveva afferrato alla gola, e lo scuoteva furiosamente, come un fox-terrier scuote un topo. Senonchè negli occhi dell’altro, Martin non vide alcun segno di spavento, ma una curiosità divertita e ironica. Ridiventato padrone di sè, egli lasciò la presa, e Brissenden andò a finire sul letto, dove rimase un minuto, ansante, tentando di riprender fiato, e poi rise dolcemente.