— Perdinci! — fece tra sè Martin, — tu ti permetti il lusso di viaggiare in Pulman mentre io crepo di fame a causa delle venticinque lire che non mi dai. — E si sentì come sommerso da un’ondata di collera. Il torto fattogli dalla Transcontinental gli parve enorme; tutti quei lunghi mesi di vana attesa, di privazioni e di fame gli sorsero davanti agli occhi, e, con lo stomaco morso da una brutta bestia, ricordò di non aver mangiato dal giorno prima, e, quel giorno, così poco, che non era il caso di parlarne neppure. Immediatamente vide rosso. Quelli non erano neppure dei briganti, ma dei vili imbroglioni! Con promesse false e menzogne, lo avevano derubato del racconto. Ebbene, avrebbero visto! E giurò di non metter piede fuori dell’ufficio, senz’avere avuto il danaro. Ricordò che senza quel danaro non poteva ritornare a Oakland. Con uno sforzo egli si dominò, ma era tale la sua espressione di belva affamata, che i tre complici ne parvero inquieti. Essi parlarono con maggiore volubilità; il signor Ford ricominciò a raccontare come aveva letto la prima volta «L’appello delle Campane», e il signor Ends, nello stesso tempo, si sforzava di ripetere il giudizio della nipote su «L’Appello delle Campane»: sua nipote era istitutrice ad Alameda.

— E ora, — finì col dire Martin, — se vogliono sapere perchè sono venuto, lo dirò: sono venuto per aver pagato il racconto che piace tanto a tutti loro. Se ben ricordo, mi avevano promesso 25 lire, alla pubblicazione.

Il mobile viso del signor Ford espresse subito la più entusiastica accondiscendenza: egli fece l’atto di frugarsi in tasca, poi si voltò verso il signor Ends e gli disse d’aver lasciato il suo portamonete in casa di lui, del signor Ends. Il signor Ends, con aria molto scontenta, fece il gesto di proteggere la tasca dei suoi calzoni dove Martin, — a giudicare della mossa, — capì che doveva essere il denaro.

— Sono proprio desolato, — fece il signor Ends, — ma ho pagato il tipografo, un’ora fa, e non mi è rimasto un soldo. Certo è una leggerezza da parte mia rimanere talmente sprovvisto, ma ho dovuto anticipare, e l’acconto dato al tipografo è stato una spesa proprio imprevista.

I due uomini si voltarono con aria interrogativa verso il signor White, ma questo gentiluomo si mise a ridere e scosse le spalle. Costui almeno aveva la coscienza pulita; era entrato nella redazione della Transcontinental per impratichirsi in fatto di letteratura da riviste, e invece, ne aveva, a sue spese, imparato i principî finanziari. La Transcontinental gli doveva quattro mesi di stipendio ed egli sapeva che bisognava tacitare il tipografo prima del socio.

— È davvero ridicolo, signor Eden, essere colti in una posizione così cattiva, — fece il signor Ford con aria disinvolta. — Ma le dirò come faremo: domattina, presto, le mando uno chèque. Avete l’indirizzo del signor Eden, non è vero, signor Ends?

Sì, il signor Ends aveva l’indirizzo, e lo chèque sarebbe stato spedito la mattina dopo. Martin, sebbene poco esperto in materia di banche e di chèques, non riusciva però a capire perchè non gli dessero quel danaro lo stesso giorno.

— Allora, d’accordo, signor Eden: le manderemo lo chèque domani, — fece il signor Ford.

— Ho bisogno oggi di questo denaro, — rispose Martin, con voce risoluta.

— Che caso sfortunato! se lei fosse venuto un altro giorno... — fece soavemente il signor Ford; ma fu interrotto dal signor Ends, il cui occhio era segno d’un carattere irascibile.