La sua vita gli si svolgeva davanti in quadri — avventure, pericoli, lavoro da romper le reni, colpi d’audacia disperata... Egli ricordava le disavventure del principio, tutte le avarie sofferte. D’altra parte, era meglio così: quelli avrebbero dovuto a loro volta imparare a vivere. Benissimo! Egli, durante questo tempo avrebbe imparato l’altro lato della vita sui libri.

Mentre il tranvai attraversava la zona cosparsa di miseri abituri che separa Oakland da Berkeley, egli spiava la casa familiare, a due piani, la cui facciata recava questa orgogliosa insegna: Bazar Alimentare Higgingbotham. Giunto là, egli discese, e contemplò un momento l’insegna. Essa racchiudeva per lui, un profondo significato: dalle lettere stesse sembrava emanare tutto un mondo di meschinità, d’egoismo e di bassa ipocrisia. Bernardo Higgingbotham era il marito di sua sorella, ed egli lo conosceva bene.

Aprì la porta con la chiave e s’arrampicò con precauzione sino al secondo piano, dove abitava il cognato. La drogheria era giù; un tanfo di vecchi legumi vagava per l’aria. Tastoni, attraverso il vestibolo, egli intoppò in una carrozzina di bambola che uno dei suoi numerosi nipoti aveva abbandonata là, e la mandò rotoloni, con fracasso, contro la porta.

— Quel vecchio spilorcio! — fece tra sè. — È così scortichino che non spende venticinque centesimi pel gas, per impedire che i suoi pensionanti si rompano l’osso del collo! — Procedendo tastoni, egli girò il pomo della porta ed entrò in una stanza illuminata dove erano seduti sua sorella e Bernardo Higgingbotham. Ella rammendava un paio di calzoni, ed egli, sdraiato su due sedie, con delle ciabatte di stoffa sbrendolate, che gli pendevano a brani dai piedi, leggeva un giornale. Egli sollevò gli occhi neri penetranti e falsi, e Martin Eden, come sempre, provò un senso di repulsione. Che cosa di buono aveva trovato sua sorella in quell’uomo? Gli pareva come un verme da schiacciare col piede. «Un giorno o l’altro gli rompo il grugno», diceva spesso a se stesso, per frenarsi e aver la forza di pazientare. Gli occhi di faina, crudeli e orlati di rosso, lo osservavano con un’espressione di rampogna.

— Ebbene, — domandò Martin, — che c’è?

— Ho fatto ridipingere questa porta la settimana scorsa, — si lamentò il signor Higgingbotham, — e voi sapete quanto costa la mano d’opera. Dovreste usare più attenzione.

Martin sentì la voglia di rispondergli, ma tacque sapendo quanto fosse inutile. Egli guardò l’oleografia che adornava il muro e fu colpito dalla mostruosa volgarità di essa. Sino a quel giorno gli era piaciuta, ma gli parve che la vedesse per la prima volta; era una povera cosa, come tutto il resto, in quella casa. Ed egli ripensò all’appartamento dal quale veniva; rivide dapprima i quadri, poi, subito dopo, lei e la tenera dolcezza del suo saluto. Dimenticò completamente dov’era e persino che esistesse Bernardo Higgingbotham, sino al momento in cui costui non lo interrogò:

— Vedete forse qualche fantasma?

Martin rivide allora gli occhi di cattivo rosicante, beffardi, paurosi, crudeli, poi se li immaginò subito quali erano giù al banco: servili, dolciastri, complimentosi.

— Sì, — rispose, — ho visto un fantasma... Buona sera, Geltrude! — E voltò le spalle con vivacità, inciampando nell’orlo sdrucito del tappeto sudicio.