— Sono così sicuro di me! — concluse. — Tra un anno guadagnerò di più di tutto il personale della società messo insieme.

— Aspettate! vedrete.

— Davvero? — fece lei seccamente. E s’alzò, infilò i guanti. — Bisogna che me ne vada, Martin. Arturo mi aspetta.

Lei si lasciò abbracciare, passivamente, senza un gesto di tenerezza, senza una parola carezzevole. Dopo averla accompagnata al cancello, egli si disse che lei gli teneva il broncio. Ma perchè? Evidentemente era una cosa spiacevole il fatto che il guardiano aveva sequestrato le vacche di Maria, ma egli non poteva far nulla. Non gli veniva neppure in mente l’idea che avrebbe potuto comportarsi diversamente. C’era, sì, quella faccenda della Società ferroviaria, ch’egli aveva avuto forse il torto di rifiutare; eppoi «Wiki-Wiki» che non le era piaciuto.

Sul pianerottolo incontrò il fattorino che faceva il giro pomeridiano. Una curiosità impaziente, sempre nuova, stimolava Martin in modo febbrile, ogni qual volta portavano la posta. C’era, quel giorno, oltre un pacchetto di lunghe buste, una sottile letterina in un angolo della quale era stampato l’indirizzo de Lo Spettatore di New-York. Egli si disse, prima di aprirla, che non poteva essere un’accettazione, giacchè egli non aveva mandato nulla a quella rivista: forse, e il cuore gli diede un balzo a quel pensiero, forse gli si chiedeva un articolo! ma egli rinunziò subito a una speranza così impossibile.

Era l’editore che l’informava brevemente e semplicemente come avesse ricevuto una lettera che univa alla sua e l’assicurava che essi non tenevano in alcuna considerazione quel genere di corrispondenza.

La lettera anonima in questione era scritta grossolanamente a mano, con un cumulo d’insulti e di calunnie su Martin. Vi si affermava che il detto Martin Eden non aveva nulla dello scrittore, ma si limitava a rubacchiare qua e là degli articoli, togliendoli da vecchi giornali, firmandoli e inviandoli poi alle riviste come roba sua. La busta era timbrata da San Leandro, così che Martin non dovette scervellarsi tanto per scoprirne l’autore. L’ortografia di Bernardo Higgingbotham, lo stile di Bernardo Higgingbotham, la mentalità di Bernardo Higgingbotham, vi si rivelavano in modo trasparente. Sì, era stata proprio la zampa grossolana di suo cognato a scrivere quelle righe imbecilli. Ma perchè? Egli se lo chiese invano. Che male gli aveva fatto? La cosa era così insensata, così folle, che non v’era spiegazione possibile. Durante la settimana, una dozzina di lettere simili gli furono rimandate dagli editori di parecchie riviste dell’est, e Martin pensò che, trattandosi di un ignoto, qual egli era, esse, in conclusione, lo trattavano molto bene; qualcuna mostrava persino una certa simpatia. Era evidente che quelle riviste avevano orrore degli anonimi, e che la malvagia speranza di danneggiarlo era fallita. Anzi, forse avrebbe finito col giovargli, ora che il suo nome aveva attirato l’attenzione. Non era impossibile che un giorno, leggendo uno dei suoi manoscritti, ricordassero la persona che era stata oggetto di lettere anonime. E chissà se il loro giudizio non poteva riceverne un influsso favorevole?

Ora, in questo periodo, la stima di Maria per Martin salì molto.

Una mattina egli la trovò nella cucina, che gemeva dal dolore e piangeva per la stanchezza davanti a un grosso mucchio di biancheria da stirare. Egli diagnosticò subito l’influenza, le diede del whisky caldo (avanzo della liberalità di Brissenden) e le ordinò del latte. Ma Maria non voleva saperne: la stiratura doveva essere fatta, altrimenti i sette piccoli Silva affamati non avrebbero avuto la minestra il giorno dopo.

Con grande stupore di Maria (la quale sino all’ultimo sospiro non cessò mai di ricordare quell’episodio), Martin Eden prese un ferro di sul fornello e gettò una camicetta fantasia sulla tavola da stiro.