Brissenden si fermò parecchio tempo, quella sera; poi, quand’era già sulla predella del tranvai, si voltò vivamente verso Martin e gli lasciò in mano un pezzetto di carta tutto gualcito.

— Su, prendete questo, — disse. — Sono stato alle corse, oggi, e ho avuto fortuna.

Il campanello suonò e il tranvai si mosse lasciando Martin sul rialzo della via, a domandarsi che potesse essere quel pezzo di carta untuosa. Ritornato in camera sua, egli vide che era un biglietto da cinquecento. E non ebbe alcuno scrupolo ad accettarlo, prima di tutto, perchè sapeva che il suo amico era ben provvisto di danaro, e poi perchè era assolutamente sicuro di poterglielo restituire un giorno. Il giorno dopo pagò tutti i suoi conti, diede tre mensili anticipati a Maria, e disimpegnò tutto ciò che aveva portato al Monte di Pietà; poi comprò il regalo di nozze per Marianna, e dei regali di Natale per Ruth e Geltrude. Finalmente condusse tutta la tribù dei Silva per Oakland, e, mantenendo la sua promessa, sebbene con ritardo di qualche mese, comprò a tutti, compresa Maria, quelle scarpe. Trombette, bambole, chilogrammi di dolciumi, ingombrarono finalmente le braccia dei sette marmocchi, storditi dalla gioia.

Proprio nel momento in cui entrava con Maria in una pasticceria, seguito da quella straordinaria processione che gli si premeva alle calcagna, in cerca d’una gigantesca caramella d’orzo, egli incontrò Ruth e sua madre. La signora Morse ne fu urtata. Ruth rimase male, giacchè aveva una certa cura delle apparenze, e la vista del suo innamorato che dava il braccio a Maria e si trascinava dietro un’orda di piccoli cenciosi, non era tale da lusingarla. Ma lei non diede tanta importanza all’incidente; ciò che l’affliggeva soprattutto era il fatto che lei vedeva, in ciò, l’impossibilità di fargli rompere i rapporti con quell’ambiente. Ma c’era dell’altro: egli ostentava la cosa apertamente, di fronte alla gente della sua classe, della classe sodale di lei. Veramente, era un po’ troppo spinto: sebbene il fidanzamento con Martin fosse mantenuto segreto, la loro lunga intimità aveva dato motivo a pettegolezzi, cosicchè nei negozi lei aveva visto che parecchia gente che conosceva aveva sbirciato il suo innamorato e lo strano seguito. Angusta e convenzionale com’era, mentre Martin era generoso e liberale, le riusciva impossibile innalzarsi al disopra degli eventi. Lei rimase dunque punta sul vivo, ulcerata nel profondo dell’anima, a tal punto che, quando andò da lei, dopo, Martin, conservò in tasca il regalo di Natale, aspettando un’occasione più favorevole. Ruth, in lacrime, piangente di vergogna e di collera, fu per lui una rivelazione. Egli si disse che era un bruto, ma senza sapere propriamente nè il come nè il perchè; giacchè l’idea d’aver vergogna dei suoi amici non gli venne neppure per un momento nella mente, così come gli parve che Ruth non potesse in alcun modo aversene a male, perchè egli aveva dato un po’ di felicità ai Silva, pel Natale. Poi, quando Ruth gli ebbe spiegato il suo modo di vedere, egli comprese, e la considerò come una debolezza propria delle donne, di cui persino le migliori, risentono.

CAPITOLO XXXVI.

Per prima cosa, Martin, la mattina dopo, fece come voleva Brissenden, seguendone i consigli. Egli incominciò con lo spedire «La Vergogna del Sole» a «L’Acropoli«, pensando che se riusciva a farlo pubblicare da una rivista, una casa editrice glie l’avrebbe pubblicato, poi, più facilmente. Mandò anche «L’Effimero» a una rivista.

A dispetto di quella vera rivistofobia di cui soffriva Brissenden, Martin era deciso a far sì che quel meraviglioso poema vedesse la luce; non perchè credesse di poter permettersi di farlo pubblicare contro la volontà di Brissenden, ma perchè, se una grande rivista lo avesse accettato, sperava di ottenere il consenso dell’amico. Quella mattina, Martin cominciò un racconto abbozzato alcune settimane prima e che lo assillava continuamente. Doveva essere un racconto del secolo ventesimo, e la scena avvenire sul mare, piena di avventure romanzesche, in un modo reale, fra personaggi reali, in condizioni verosimili. Ma attraverso la trama pittoresca del racconto, vi sarebbe stata un’altra cosa che un lettore superficiale non avrebbe sentita forse e che avrebbe avuto tutto il suo valore per colui che avesse saputo leggere fra le righe.

«Troppo tardi» doveva esserne il titolo, e il racconto doveva comprendere un minimo di sessantamila parole, — un’inezia, data la facilità con la quale egli scriveva.

S’immerse quel giorno nel lavoro, col senso delizioso dell’artefice che sa maneggiare i suoi istrumenti e non teme che un movimento maldestro gli guasti il lavoro. I suoi lunghi mesi d’applicazione e di studio davano i loro frutti: ora, sorvolando sui particolari, egli poteva applicarsi con mano sicura a segnar le grandi linee d’un opera, e d’ora in ora, si rendeva conto, come mai prima, del modo solido e largo col quale capiva la vita e le cose della vita. — Per merito di Spencer, diss’egli tra sè, interrompendo per un minuto lo scrivere. — Sì, egli doveva a Spencer il fatto che possedeva ora il segreto della vita: l’evoluzione.

Sentì che ciò che scriveva sarebbe stato opera d’ampio respiro. «Così va bene! così va bene!» si ripeteva egli senza tregua.