Finalmente aveva scoperto il genere di cose che sarebbe piaciuto necessariamente alle riviste illustrate; e tutta la storia gli folgorò davanti. S’interruppe per inserire nel suo taccuino, un lungo capitolo, l’ultimo di «Troppo tardi!» Tutto il libro era così perfettamente composto nel suo cervello, che egli avrebbe potuto scriverlo dal principio alla fine. Lo paragonò ai racconti dei marinai che egli conosceva; — Non ce n’è che uno solo che possa reggere al paragone, — mormorò ad alta voce; — ed è Conrad. E anche lui potrebbe venire a stringermi la mano e dirmi: «Va bene, Martin, ragazzo mio!»

Lavorò tutto il giorno, ricordando sino all’ultimo momento il pranzo in casa dei Morse. Con l’aiuto di Brissenden, egli aveva potuto disimpegnare il vestito nero, così che era in condizioni di recarsi a pranzo in città. Prima egli corse in una libreria a comperare il «Ciclo della Vita», un saggio su Spencer, di cui Brissenden gli aveva parlato. Salito sul tranvai, egli l’aprì, e a mano a mano che leggeva, cresceva in lui la collera: col sangue al volto, le mascelle strette, egli chiudeva e riapriva i pugni, come per afferrare e spezzare qualche cosa odiosa. Sceso dal tranvai, andò su e giù furiosamente lungo il marciapiede, e suonò alla porta dei Morse, con tale impeto che, calmatosi a un tratto, sorrise egli stesso della sua collera. Appena entrò in casa dei Morse, si sentì oppresso. Borghesi, bottegai, li aveva chiamati Brissenden... Ma che importava? — fece egli tra sè, con sdegno. — Egli sposava Ruth e non la famiglia.

Gli parve che Ruth non fosse stata mai così bella, così eterea e pure così bene in salute; le sue guance erano colorite, ed egli non poteva far di meno di guardarla con insistenza negli occhi, occhi nei quali aveva letto per la prima volta l’immortalità! Ma in quel momento negli occhi di Ruth egli leggeva l’argomento senza parole che annientava gli argomenti più speciosi. Ogni discussione cadeva davanti a quegli occhi, giacchè egli vedeva in essi l’amore; un amore indefinibile, incomprensibile, infinito; tale era la sua teoria appassionata. Prima del pranzo, egli ebbe con lei una mezz’ora di colloquio che lo rese totalmente felice e lieto di vivere; ma a tavola l’inevitabile reazione della sua dura giornata di lavoro si fece sentire; sentiva male agli occhi, si sentiva irritabile, nervoso. Ricordò che a quella stessa tavola, ch’egli ora denigrava e dove s’annoiava molto frequentemente, aveva per la prima volta mangiato con gente civile, in un ambiente che allora gli pareva il più alto intellettualmente e il più raffinato. Egli rievocò il patetico Martin Eden di quella sera, primitivo selvaggio impacciato da se stesso, che sudava preoccupazione da tutti i pori, spaventato davanti ai misteri dell’agiatezza, affascinato dal maggiordomo che gli pareva un orco; Martin Eden che tentava di varcar d’un colpo l’abisso enorme che lo separava da quegli esseri superiori e che si decideva finalmente a rimanere qual era e a non scimmiottare più a lungo maniere che non aveva.

Egli lanciò uno sguardo inquieto a Ruth, facendo in certo qual modo come quei passeggieri che, presi da panico improvviso, cercano con gli occhi la cintura di salvataggio. Ebbene! anche se tutto il resto fosse fallito, egli aveva però conquistato l’amore di Ruth; soltanto Ruth e l’amore avevano resistito alla prova dei libri e meritato la sanzione biologica. L’amore era l’espressione più ardente della vita. La natura aveva lavorato un milione di secoli per far sbocciare quel capolavoro, perfezionarlo, abbellirlo di tutte le meraviglie dell’immaginazione, per lanciarlo poi su questo pianeta allo scopo di vibrare, di amare, e di unirsi.

La sua mano cercò quella di Ruth sotto la tavola, e Ruth ricambiò la stretta con ardore. Ruth lo guardò rapidamente; i suoi occhi raggianti erano pieni di tenerezza. Ed egli sentì un brivido, non rendendosi conto che ciò che di bello aveva visto in quello sguardo non era altro che il riflesso di ciò che aveva proiettato il suo.

Dirimpetto a lui, a destra del signor Morse, era seduto il signor Blount, giudice nella Corte d’appello del luogo. Martin lo aveva visto parecchie volte, ma non era riuscito a stimarlo. Il giudice e il signor Morse discutevano di politica, del partito dei lavoratori, delle condizioni locali, di socialismo, e il signor Morse si sforzava di attirare Martin nella discussione in modo da fargli aver torto. In fine, il giudice Blount lanciò uno sguardo, insieme indulgente e pieno di paterna pietà, che fece sorridere Martin nell’intimo.

— Vi passerà, giovanotto, — diss’egli con tono melato. — Il tempo è il miglior rimedio per moderare gli eccessi della gioventù. — E si voltò verso Morse: — In casi simili la discussione non giova: non serve ad altro che a rinforzare l’ostinazione del paziente.

— È vero, — rispose gravemente il signor Morse; — non è bene talvolta far capire al paziente il suo stato.

Martin rise, d’un riso allegro, ma non spontaneo. Quella giornata di lavoro troppo lungo, troppo intenso, provocava in lui una penosa reazione.

— Non dubito che siate eccellenti medici tutti e due, — diss’egli, — ma se non vi date nessuna cura di conoscere il parere del paziente, permettetemi di dirvi che la vostra diagnosi non vale gran che. La filosofia socialista, che avete tentato penosamente di digerire, non mi riguarda; io non l’ho neppure inghiottita.