— Pure, riusciremo un giorno a far di voi un buon repubblicano, — fece il giudice Blount.

— Il Cavaliere senza paura verrà prima d’allora, — rispose Martin, di buon umore, poi si voltò nuovamente verso Ruth.

Ma il signor Morse non era soddisfatto; la pigrizia del suo futuro genero e la sua repugnanza a ogni lavoro «serio», le sue idee preoccupanti, la sua natura incomprensibile, gli procuravano un vivo dispiacere. Il signor Morse avviò dunque la conversazione su Herbert Spencer, e il giudice fece del suo meglio per assecondarlo. Martin, che aveva teso l’orecchio, udendo pronunziare il nome del filosofo, sentì il degno magistrato pronunciare con compiacimento una requisitoria severa contro Spencer. Di tanto in tanto, il signor Morse lanciava uno sguardo furtivo a Martin, come per dire: — A te, ragazzo mio, a te!

— Sinistri barbieri! — borbottò Martin e seguitò a conversare con Ruth, senonchè il lavoro della giornata l’aveva stancato, ed egli era nervoso.

— Che avete? — gli domandò Ruth, a un tratto, preoccupata nel vedere lo sforzo ch’egli faceva per frenarsi.

— Non v’è altro Dio che l’ignoto, e Herbert Spencer è il suo profeta! — diceva il giudice, proprio in quel momento.

Martin si voltò verso di lui.

— Giudizio facile, — disse con calma. — L’ho sentito la prima volta al City-Hall Park, da uno del popolo, che avrebbe dovuto essere meglio informato. Poi, l’ho sentito ripetere spesso, e, ogni volta, la bestialità odiosa di questa frase, mi ha nauseato. Dovreste vergognarvene. Udire il nome di questo grand’uomo sulle vostre labbra è come trovare una rosa in una sentina.

Voi mi fate schifo.

Fu catastrofico! Il giudice lo fulminò con lo sguardo e parve colto da apoplessia. Il signor Morse se la godeva dentro di sè; sua figlia era evidentemente urtata, ed egli voleva ottenere appunto questo: spingere quell’uomo che non gli andava a genio a rivelare il suo ruffianesimo innato.