Il giovane reporter rimase un tantino perplesso per la piega che prendeva la conversazione, conversazione che avveniva alle sue spalle e a suo danno. Ma s’erano rallegrati con lui per la brillante descrizione del comizio socialista, ed egli era stato mandato a intervistare personalmente Martin Eden, il principale maneggione d’un pericolo sociale. Egli si considerava dunque in servizio, per ordine ricevuto.
— E lei non oppone alcuna difficoltà a farsi fotografare, signor Eden? — diss’egli. — Il fotografo è fuori e dice che sarebbe preferibile farle un’istantanea, mentre è ancora giorno. Poi potremmo occuparci dell’intervista.
— Un fotografo! — disse Brissenden, fantasticando. — Cazzottatelo, Martin, cazzottatelo!
— Credo che invecchio, — disse Martin. — Dovrei picchiarlo, è evidente: ma non ne ho il coraggio. Credete davvero che metta conto di farlo?
— Fatelo per sua madre! — insistè Brissenden.
— È una giusta considerazione, — replicò Martin; — ma temo veramente di stancarmi inutilmente. Ci vuole dell’energia, sapete, per cazzottare un bel tipo del genere. E poi, a che giova?
— Benissimo! così va presa la cosa! — dichiarò il giovanotto con aria disinvolta, sebbene adocchiasse la porta con sguardi irrequieti.
— Ma non ha scritto neppure una parola, che corrisponda alla verità, — proseguì Martin, rivolto sempre a Brissenden.
— Non era altro insomma, che una relazione molto generica, — arrischiò il giovanottino, — e d’altra parte, è un’ottima réclame, che è ciò che importa soprattutto. Le ho fatto un favore.
— È un’ottima réclame, Martin, vecchio mio! — ripetè solennemente Brissenden.