Il giovincello si torse, ingiuriò, guaì, ma non tentò neppure di mordere. Brissenden guardava con gravità: un momento solo s’animò, impugnò la bottiglia di whisky e implorò:

— Martin, lasciatemi dare un colpetto! uno solo!...

— Mi dispiace tanto, ma la mia mano non ne vuol sapere più, — fece Martin, lasciandolo finalmente. — È tutta intormentita.

E risollevato il reporter lo issò in piedi sul letto.

— Vi farò arrestare! — stridette costui, mentre le lacrime gli scorrevano dagli occhi, diventato cremisi. — Me la pagherete! vedrete!

— Oh, che bel signorino! — osservò Martin. — Non s’accorge che scivola lungo la china fatale. Non è onesto, non è pulito, non è virile, dire delle menzogne, come ha fatto, e non se n’accorge neppure!

— È venuto da noi per impararlo, — disse Brissenden, solennemente, dopo un breve silenzio.

— Sì, è venuto da me, dopo avermi maltrattato e danneggiato. Il mio droghiere certamente non mi farà più credito, ora. E il più triste si è che questo povero piccolo brav’uomo farà carriera così, sino al naufragio totale, sinchè non diventerà un giornalista di prim’ordine e una canaglia d’alto bordo.

— Ha ancora del tempo davanti a sè, — fece Brissenden, incoraggiante. — Chissà! forse ha trovato in voi lo strumento di redenzione. Perchè non mi avete lasciato picchiar su, una volta almeno? Avrei voluto partecipare a quest’opera meritoria.

— Vi farò arrestare tutti e due, pezzi di brutaloni!... — singhiozzò il giovincello.