— Com’è delicata la sua bocca! — e Martin scosse il capo con aria lugubre. — Temo d’essermi stancata la mano per nulla. Questo giovanotto è incorreggibile. Diventerà in seguito un grandissimo giornalista, molto celebre; non ha punta coscienza; e questo basta a fargli avere un buon successo.
A queste parole il giovanottino se la svignò e scomparve precipitosamente, tant’era la sua paura di ricevere sulla schiena la bottiglia che Brissenden brandiva ancora.
Nel giornale del giorno dopo, Martin apprese una quantità di cose nuove: «Noi siamo nemici giurati della società», — gli si faceva dire nell’intervista che apparve nuovamente in prima pagina. — »No, non siamo anarchici, ma socialisti.»
E quando il reporter aveva osservato che gli sembrava che vi fosse poca diversità fra le due tendenze, Martin aveva alzato le spalle, affermativamente. La faccia di Martin era così descritta: assimmetria bilaterale, con parecchi segni di degenerazione. Le sue mani di lottatore erano formidabili, e gli occhi iniettati di sangue lanciavano fiamme. Egli seppe anche che parlava tutte le sere agli operai di City-Hall Park e che fra i vari agitatori che infiammavano la mente del popolo, egli, più degli altri, attirava gente e pronunziava i discorsi più sovversivi. Il giovincello fece uno schizzo pittoresco della misera camera col fornello a petrolio, l’unica sedia, il vagabondo dalla testa di morto che faceva compagnia a Martin e pareva fosse uscito allora dal carcere, dopo vent’anni di reclusione.
Il piccolo reporter se l’era avuta a male: aveva frugato, annusato dappertutto e, scoperta finalmente la famiglia di Martin, aveva pubblicato una fotografia del negozio Higgingbotham, con Bernardo Higgingbotham in persona, sulla soglia. Questo gentiluomo era raffigurato come un uomo d’affari degno e intelligente, al quale ripugnavano le idee socialiste di suo cognato, nonchè il cognato, che egli definiva come un fannullone che non aveva voluto mai accettare il lavoro che gli veniva offerto, e che sarebbe finito in prigione.
Hermann von Schmidt, marito di Marianna, intervistato anche lui, dichiarò che Martin era la pecora rognosa della famiglia, e lo rinnegava. «Ha tentato di conquistarmi, ma io ho fermato subito la cosa», — aveva detto Hermann von Schmidt al reporter; — e non c’è pericolo che venga a gironzolare da queste parti. Un uomo che non vuole lavorare non vale un chiodo, credetemi.»
Questa volta Martin s’infuriò davvero. Brissenden si sforzò di presentargli la cosa come uno scherzo, ma non riuscì a consolarlo, giacchè Martin sapeva che non sarebbe stato facile spiegar la cosa a Ruth. Quanto al padre, doveva essere felicissimo di ciò che accadeva e avrebbe fatto certamente tutto il possibile per rompere il fidanzamento. Martin se ne accorse immediatamente. La posta del pomeriggio gli portò una lettera di Ruth; Martin l’aprì, col presentimento d’una catastrofe, e la lesse in piedi sulla soglia della porta, nello stesso punto dove il portalettere gliel’aveva consegnata; proseguendo la lettura, la sua mano, con gesto incosciente, frugava nelle tasche, — in cerca della carta e del tabacco per sigarette, come un tempo — senza rendersi conto neppure ch’erano vuote.
Non era una lettera irritata; non serbava traccia di collera; ma dalla prima all’ultima parola, era piena d’orgoglio ferito e di amarezza. Lei sospettava qualche cosa di diverso e di meglio da lui; aveva pensato ch’egli superasse quel suo temperamento di selvaggio, la foga giovanile; e che per amor di lei si fosse deciso a considerare la vita seriamente, decentemente. Ma ora i suoi genitori avevano parlato chiaramente e ordinato di rompere il fidanzamento. E lei non poteva far altro che dar loro ragione; la loro unione non sarebbe stata felice, come, del resto, aveva sentito sin dal principio. In tutta la lettera spiccava soprattutto un rimpianto di lei, che angosciò profondamente Martin.
«Aveste accettato almeno un impiego qualunque e tentato di diventar qualcuno! Ma non poteva essere: la vostra vita passata è stata troppo bohème, troppo irregolare. La colpa non è vostra, capisco: voi non potevate comportarvi diversamente dalla vostra natura e dalla prima educazione ricevuta. Dunque, io non vi biasimo, Martin, ricordatevene: c’è stato un malinteso, e non altro. Come hanno detto i miei genitori, noi non eravamo fatti l’uno per l’altra, e dovremmo essere felici d’essercene accorti prima che fosse troppo tardi...» Poi, come fine: «È inutile tentare di vedermi; sarebbe un colloquio troppo penoso per tutti e due, come per mia madre. Le ho già procurato tanti dispiaceri e preoccupazioni, che ci vorrà del tempo per farmi perdonare.»
Egli rilesse la lettera la seconda volta, attentamente, poi sedette a tavola e rispose. Le riferì il discorso del comizio socialista, facendole osservare che era proprio il contrario di quello che il giornale aveva presentato; e finendo appassionatamente, la supplicava di seguitare a volergli bene. «Rispondete, ve ne prego! — diceva. — Non vi domando altro che questo: Mi amate? Basta. Rispondete a questa sola domanda».