— Io non cercherò impieghi, — disse Martin con un sorriso. — Puoi dirglielo da parte mia. Non ho bisogno d’impieghi, ed ecco qua la prova. — E le quaranta monete d’oro si sparpagliarono sulle ginocchia di Geltrude con un chiaro tintinnìo.

— Ricordi il luigi che mi hai dato un giorno in cui non avevo da pagare il biglietto del tranvai? Ebbene, te lo restituisco, con novantanove piccoli fratelli, diversi per età, ma della stessa grandezza.

Geltrude aveva paura, quando giunse, ma ora era atterrita; i suoi sospetti, giustificati, diventarono certezza. Essa guardò Martin con occhi pieni d’orrore e sussultò al contatto dell’oro, come se fosse ferro arroventato.

— Sono tuoi! — diss’egli ridendo.

Lei incominciò a singhiozzare e gemere con voce strozzata: — Povero figlio, povero figlio!...

Là per là Martin rimase perplesso; poi, indovinando la causa del suo sconcerto, le porse la lettera di Meredith-Lowell, che accompagnava lo chèque. Essa lesse avidamente, asciugandosi le lacrime, e domandò quand’ebbe finito:

— E questo vuol dire che tu hai guadagnato onestamente questo danaro?

— Molto più onestamente che al giuoco; l’ho guadagnato col mio lavoro.

Essa riacquistò un po’ di fiducia, e rilesse attentamente la lettera.

Martin dovette stentare un po’ a spiegarle come quel danaro gli fosse venuto, e ancor di più, per farle capire che glielo regalava veramente e non ne aveva personalmente alcun bisogno.