L’attacco alla scuola di Maeterlinck non poteva essere lanciato in un momento migliore. Sorsero delle polemiche vivacissime: Salceby e Haeckel erano per caso d’accordo nell’approvare e difendere «La Vergogna del Sole». Crookes e Wallace si schierarono contro, mentre Sir Oliver Lodge tentava una conciliazione in conformità delle sue teorie cosmiche. I discepoli di Maeterlinck si strinsero attorno allo stendardo del misticismo. Chesterton provocò un riso universale pubblicando una serie di saggi scritti da avversarî pazzi furiosi. Ma tutti, partigiani e nemici, furono schiacciati da una nota fulminante di Giorgio Bernardo Shaw. Inutile dire che l’arena era zeppa di combattenti meno illustri, che però non sollevarono meno polvere e facevano un chiasso e una confusione spaventose.

«È un prodigio assolutamente sbalorditivo, — scrisse a Martin la Casa Singletree, Darnley e C. — il fatto d’un saggio filosofico e critico che si vende come un romanzo. Quest’opera è destinata a vincere tutti i records.

«È qui incluso il duplicato d’un contratto per la vostra prossima opera. Vi preghiamo di osservare che abbiamo portato la vostra percentuale al 20%, che è quasi il massimo che una casa editrice possa offrire. Se l’offerta vi conviene, vi preghiamo di scrivere il titolo del vostro libro nello spazio riservato su questo foglio. Quanto all’argomento, vi lasciamo piena libertà: c’importa poco. Se avete un lavoro già pronto, tanto meglio. Bisogna battere il ferro sinchè è caldo.

«Appena riceveremo il contratto firmato, avremo il piacere di mandarvi un anticipo di 25.000 lire, per darvi prova della nostra fiducia. Vorremmo anche discutere le clausole di un contratto per parecchi anni, — supponiamo dieci, — durante i quali il diritto esclusivo alla pubblicazione di ogni vostra opera in volume sarebbe riservato a noi. Ma di questo, un’altra volta.»

Martin mise la lettera da parte e, abbandonatosi a un calcolo mentale, concluse con questa scoperta, che 75 centesimi moltiplicati per sessantamila facevano 45.000 lire. Egli firmò il contratto, ne riempì lo spazio bianco col titolo «Il falò di gioia», e lo mandò agli editori, con le venti novelle scritte un tempo. E, per volta di posta, giunse lo chèque di 25.000 lire di Singletree, Darnley e C.

— Volete venire con me in città, Maria, questo pomeriggio, verso le due? — propose Martin la mattina. — O, meglio, trovatevi all’angolo di Broadway con la 14ª strada, alle due. Mi troverete là.

Essa fu puntuale. La sola spiegazione che lei avesse trovata per quel mistero fu la parola «scarpe», e la sua delusione fu grande, quando Martin, sorpassando una grande calzoleria, la trascinò in un’agenzia di compra-vendita d’immobili. Quel che avvenne poi fu come un sogno, e tale le rimase nella mente, sino alla morte. Dei bei signori le sorrisero con simpatia, mentre parlavano tra loro e con Martin, poi una macchina da scrivere fece udire il suo ticchettio, delle firme furono apposte appiè d’un documento imponente; il suo padrone di casa, chiamato, firmò anche lui. E quando tutto fu finito ed essi furono usciti, il suo padrone di casa le disse: — Ebbene, Maria, questo mese non dovrete pagarmi le 35 lire! — Maria, sbalordita, non sapeva che dire.

— Neppure il mese prossimo, nè il seguente, nè l’altro, — continuò il proprietario.

Essa ringraziò, con incoerenza, come d’un favore. E solo quando ritornarono a Nord Oakland, dopo aver conferito con amici e col droghiere portoghese, essa capì ch’era diventata proprietaria della casetta che abitava da tanto tempo.

— Perchè non comperate più nulla da me? — domandò il droghiere portoghese a Martin, quel giorno, avvicinandolo, alla discesa dal tranvai. Martin spiegò che non cucinava più, e dovette entrare a bere un bicchiere. Egli osservò che quel vino era il migliore della cantina.