Degli editori gli scrissero pregandolo di fissare egli stesso il compenso, ed egli ciò fece, ma sempre per opere già scritte. Rifiutò nettamente di occuparsi di qualsiasi lavoro nuovo; il pensiero di dover mettere del nero sul bianco ancora lo faceva diventar pazzo furioso. Aveva visto Brissenden ridotto a brani dal pubblico, e sebbene non fosse lo stesso per lui, — chè anzi il pubblico lo acclamava, — non s’era ancora rimesso dalla scossa avutane, e non poteva far altro che disprezzare quel pubblico. La sua popolarità gli sembrava un’onta, e un tradimento di fronte a Brissenden. Col disgusto nell’animo, egli decise di seguitare a ingrossare la sua provvista di danaro. Ricevette dagli editori delle lettere così concepite:
«Circa un anno fa dovemmo con rincrescimento rifiutare la vostra serie di poemi d’amore: non perchè non ci avessero colpito, ma per impegni già presi che c’impedivano allora d’accettarli. Se li avete ancora, saremmo felicissimi di pubblicarli interi. Fissatene pure il prezzo. Noi saremmo ugualmente dispostissimi a farvi delle offerte molto vantaggiose per raccoglierli in volume da pubblicare».
Martin ricordò la sua tragedia in versi liberi e la mandò in vece dei «Poemi d’amore», dopo averla riletta. Gli pareva degna, al massimo, d’un dilettante presuntuoso e senz’alcuna traccia di personalità; ma la mandò, ed essa fu pubblicata, a eterno rimpianto dell’editore. Il pubblico ne fu indignato e stupito; dal nobile talento di Martin Eden a quel pasticcio insipido, c’era un bel divario. Si affermò che egli non l’aveva scritta, che la rivista illustrata l’aveva plagiata in modo molto grossolano, oppure che Martin Eden, plagiando Dumas padre, faceva scrivere le sue opere da un altro, ora ch’era all’apogeo del successo. Ma, quand’egli ebbe spiegato che quella tragedia era un’opera giovanile e che la rivista illustrata aveva implorato per averla, fu un formidabile scoppio di risa a spese della rivista, che fu costretta a licenziare il suo redattore capo. La tragedia non ebbe gli onori della pubblicazione in volume, sebbene Martin avesse già ottenuto gli anticipi concessigli.
Poco tempo dopo, Martin ebbe dal Coleman’s Weekly un lungo telegramma di circa 1500 lire, col quale gli si chiedevano venti articoli a 5000 lire l’uno. Doveva viaggiare attraverso gli Stati Uniti, a spese del giornale, e scegliere gli argomenti che gli sembravano interessanti in un certo ordine d’idee, di cui gli si dava la lista e senz’altra condizione se non di limitarsi agli Stati Uniti. Martin non accettò e telegrafò, con porto assegnato, il suo rincrescimento. «Wiki-Wiki» pubblicato nel Warren’s Monthly ebbe un successo fulmineo. Apparve subito in un magnifico volume, splendidamente edito e illustrato, le cui copie si vendettero come si trattasse di leccornie. La critica fu concorde nel dichiarare che «Wiki-Wiki» non sfigurava accanto ai capolavori di due grandi scrittori classici: «Il diavoletto nella bottiglia» e «La pelle di zigrino».
Il pubblico però accolse la serie dei «Falò di gioia» con alquanta freddezza; l’audacia di queste novelle così assolutamente fuori d’ogni convenzionalismo urtò la morale ed i pregiudizî borghesi; ma quando si seppe che la loro traduzione otteneva a Parigi un folle successo, il pubblico inglese e americano seguì la corrente, e le copie furono vendute in tale quantità, che Martin obbligò la solida Casa Editrice Singletree, Darnley e C. a dargli il venticinque per cento per un terzo libro e il trenta per cento pel quarto. Questi due volumi comprendevano tutte le novelle già pubblicate nelle riviste e nei giornali in corso di pubblicazione.
Martin emise un sospiro di sollievo, quand’ebbe fatta la cessione dell’ultimo manoscritto: il castello di verzura e il bel yacht bianco s’avvicinavano a vista. Ebbene! aveva avuto ragione, in fondo, contro il parere di Brissenden, che affermava che nessuna opera di valore poteva aver successo presso le riviste illustrate. Il successo che aveva ottenuto dimostrava il contrario. Eppure, gli sembrava confusamente che Brissenden avesse ragione, tuttavia. «La Vergogna del Sole» era stata la causa prima del successo, molto più che il resto del suo bagaglio letterario, di cui nessuna rivista aveva voluto mai sapere. Senza «La Vergogna del Sole», egli sarebbe rimasto ignoto: e c’era voluto un vero miracolo perchè «La Vergogna del Sole» ottenesse tanto. Singletree, Darnley e C.º erano là ad attestarlo: essi ne avevano dapprima fatto un’edizione di 1500 copie, dubitando di poterla smerciare. La loro esperienza era notoria, ed essi erano rimasti confusi dal trionfo che n’era seguìto. Eppure il successo c’era, e indiscutibile, per un colpo di fortuna unico, misterioso. Così ragionando, Martin giunse a dubitare del valore della sua popolarità. Era la borghesia che gli comperava i libri, gli riempiva d’oro le tasche; ora, da quanto egli sapeva di essa, gli sembrava difficile affermare ch’essa potesse apprezzare e comprendere quella specie di letteratura. La bellezza intrinseca, la potenza delle sue opere non esistevano per le centinaia di migliaia di persone che l’acclamavano. Egli non era che il capriccio dell’ora, l’avventuriero che s’era intrufolato nel Parnaso durante il sonno degli Dei. La folla lo leggeva, lo portava alle stelle, con la stupida incomprensione con la quale aveva sbranato «Effimero» di Brissenden. La torma dei lupi lo leccava, anzichè sgozzarlo, ecco; era questione di fortuna. Una cosa sola rimaneva evidente: «Effimero» superava di molto tutto ciò che egli aveva scritto e tutto ciò che avrebbe potuto mai scrivere... Era dunque quello proprio un misero tributo che la canaglia gli pagava, giacchè la stessa canaglia aveva annegato «Effimero» nel fango.
Emise perciò un profondo respiro di viva soddisfazione, felice che il suo ultimo manoscritto fosse venduto, vedendo così avvicinarsi il momento in cui tutto sarebbe finito.
CAPITOLO XLIII.
Un giorno il signor Morse incontrò Martin al bureau dell’Hôtel Metropole. Martin non riuscì a capire chiaramente se Morse si trovasse là casualmente, per affari, o se fosse andato con lo scopo d’invitarlo a pranzo; ma inclinò verso questa seconda ipotesi. Il certo era questo: ch’egli era invitato a pranzo dal signor Morse, padre di Ruth, che gli aveva proibito di andare a casa, e aveva rotto il fidanzamento. Martin non risentì alcuna collera, nè si rivestì della sua dignità; si chiese, semplicemente, perchè il signor Morse s’abbassasse così, e se ne sentisse l’umiliazione. E non rifiutò l’invito, ma rimandò la cosa a tempo indeterminato, chiedendo notizie della famiglia, e di Ruth, particolarmente. Il nome di lei gli venne alle labbra naturalmente, senza esitazione; e rimase persino sorpreso di non risentirne la più piccola stretta al cuore.
Martin ebbe molti inviti a pranzo, alcuni dei quali accettò; c’era della gente che si faceva presentare a lui, per avere il piacere d’invitarlo. Ed egli continuò ad essere impacciato di quell’inerzia che diventava una cosa grave. Fu invitato a pranzo da Bernardo Higgingbotham, e la cosa lo impacciò maggiormente. Ricordò i suoi giorni di miseria disperata, quando nessuno l’invitava a pranzo; allora ne avrebbe avuto bisogno, quando il bisogno era estremo, ed egli correva rischio di crepare... Paradosso ridicolo! Quando aveva fame nessuno gli dava da mangiare; ora che poteva satollarsi a piacere, i pranzi affluivano da ogni parte. Perchè? Che cosa aveva fatto per giustificare quel cambiamento? Egli era quello di prima. Il signor Morse e sua moglie l’avevano condannato come fannullone, incapace, e per mezzo di Ruth, gli avevano offerto un posto di commesso in uno studio. I suoi meriti li conoscevano giacchè Ruth aveva fatto leggere loro i manoscritti, da allora; erano gli stessi, precisamente quelli che, dopo, avevano fatto il suo nome celebre. Dunque, quella celebrità gli aveva procurato gl’inviti a casa loro.