— Faremmo bene a invitarlo a pranzo, — suggerì Marianna.
E Martin andò a pranzo partecipandovi in compagnia di un grasso macellaio in grosso, accompagnato dalla moglie più grassa di lui, gente importante che poteva esser utile all’ambizioso Hermann von Schmidt. C’era voluta l’attrattiva del celebre cognato per deciderli, come anche pel direttore capo delle agenzie per la Costa del Pacifico della bicicletta di marca «Asa», al quale von Schmidt desiderava far piacere per ottenere la rappresentanza di questa marca in Oakland. Insomma, era una buona fortuna avere Martin Eden per cognato, sebbene, nel suo intimo, von Schmidt non potesse capirne la ragione. Nel silenzio delle notti, mentre sua moglie dormiva, egli lottava, lottava con gli scritti di Martin, per giungere alla conclusione che la gente era pazza a comperare quella roba. Da parte sua, Martin capiva sin troppo bene come stavano le cose, mentre, appoggiato allo schienale della sedia, accarezzava con lo sguardo la testa del cognato, sognando di schiacciargli con qualche pugno bene assestato la stupida faccia ghignante di tedesco!
Però gli piaceva una cosa in lui: benchè povero e ambizioso, egli aveva preso una serva per risparmiare le grosse faccende alla moglie. Martin conversò col direttore delle agenzie «Asa» e dopo pranzo lo trasse in un angolo, con Hermann, dichiarando che avrebbe assunto l’accomandita del futuro negozio di biciclette e riparazioni di Hermann, che doveva essere il più bello di Oakland. Fece di più, anzi, ed esortò confidenzialmente Hermann a cercare un’agenzia di automobili con garage, giacchè era in condizioni di far prosperare tutt’e due le officine contemporaneamente.
Quando si lasciarono, Marianna, con le lacrime agli occhi, gettò le braccia al collo di Martin dicendogli come l’amasse e quanto l’avesse sempre amato. Questo sfogo fu interrotto, è vero, da un silenzio un po’ imbarazzante, ch’essa però riempì con nuove lacrime, nuovi baci e con balbettii incoerenti. Martin credette che lo facesse per fargli dimenticare il tempo in cui aveva perduto la fiducia in lui e insistito perchè egli trovasse «un’occupazione».
— È incapace di far economia del suo danaro, è evidente, — confidò Hermann von Schmidt a sua moglie. — Quando gli ho parlato d’interessi, sembrava impazzito, e m’ha dichiarato che se gli avessi riparlato della cosa mi avrebbe rotto la mia sporca testa di tedesco. Proprio così: la mia sporca testa di tedesco! Non importa; non è un uomo d’affari, ma è un brav’uomo. Mi dà una gran bella spinta; ed è bello, da parte sua.
Gli inviti a pranzo piovvero da tutte le parti, e Martin seguitava a stupirsene. Nel banchetto al Club della Bohème, egli fu il commensale più notevole tra uomini noti di cui aveva sentito parlare tante volte, in vita sua, e che gli raccontarono come, leggendo «L’Appello delle Campane», nella Transcontinental e la «Peri e la Perla», ne la «Vespa», l’avevano immediatamente considerato come vincitore.
— Dio mio! e dire che durante quel tempo crepavo di fame e avevo addosso dei cenci! — fece egli tra sè. — Perchè non m’avete invitato a pranzo allora? Era il momento buono. Sono quello d’allora. E nè allora, nè dopo fu detta una parola a proposito de «L’Appello delle Campane» e della «Peri e la Perla». Ma no, ora non m’invitate perchè sono quel che sono; m’invitate perchè tutti gli altri m’invitano, perchè così è la moda. Voi m’invitate ora perchè siete degli stupidi animali, perchè siete la folla, perchè, in questo stesso momento, il cieco e pecorile capriccio della folla vuole accarezzarmi. Ah! come contano poco Martin Eden e l’opera di Martin Eden in tutto questo!... — concluse lui lamentosamente. Poi s’alzò e rispose spiritosamente a un toast spiritoso.
E dovunque si trovasse, al Club della stampa, al Club delle Carte o a dei tè poetici, o nelle riunioni letterarie, dovunque, era ricordato «L’Appello delle Campane» e «La Peri e la Perla», e il bene che ne avevano subito pensato. E sempre, Martin si domandava, esasperato: — Ma perchè non m’hanno teso la mano? ero lo stesso, «L’Appello delle Campane», «La Peri e la Perla», non hanno cambiato neppure d’una virgola: contenevano altrettanta arte, avevano lo stesso valore. Ma del loro valore e della loro arte, voi ve ne infischiate. Voi ora mi nutrite perchè la folla imbecille si disputa l’onore di nutrirmi.
Spesso, allora, vedeva a un tratto apparire, nel bel mezzo della compagnia, un giovinastro con un soprabito troppo corto e un feltro sull’orecchio. Questo gli accadde un pomeriggio, alla società Ebell d’Oakland. S’avviava al palco e avanzava verso il pubblico, quando vide entrare altezzosamente nel salone il giovinastro dal cappello floscio sull’orecchio. Cinquecento donne eleganti si voltarono subito per vedere ciò che Martin fissava con tanta intensità. Esse non videro altro che il passaggio centrale vuoto, ma egli vedeva il robusto giovanotto seguire, ciondolandosi, quel passaggio, e si domandò se quello si sarebbe levato il cappello, sebbene sapesse che non era avvezzo a farlo. Proseguì lungo il passaggio sino in fondo, e salì sul palco. A Martin venne voglia di piangere su quel fantasma della sua giovinezza pensando a tutta la sofferenza alla quale andava incontro; poi, sul palco, andò diritto su Martin e scomparve. Le cinquecento donne applaudirono dolcemente, per incoraggiare il grand’uomo timido che era loro ospite, e Martin, scacciando quella visione dalla mente, sorrise e cominciò la conferenza.
Il direttore delle scuole, degno vecchio, fermò Martin per la strada e gli ricordò cordialmente certe scene avvenute nel suo ufficio, dopo le quali Martin venne espulso dalla scuola, per le sue battaglie.