— Ho letto il vostro «Appello delle Campane», quando è apparso tempo fa, — disse egli. — È degno di Edgardo Poe. È magnifico! Ho detto leggendolo; — Magnifico!..

E Martin voleva rispondere: — Sì, nei mesi che seguirono, vi ho incontrato due volte e avete fatto finta di non vedermi. Tutt’e due le volte avevo fame, e andavo al Monte di Pietà. Ero lo stesso di oggi, allora. E non m’avete riconosciuto. Perchè mi riconoscete oggi?

— Dicevo proprio l’altro giorno a mia moglie, — proseguì il degno vecchio, — che sarebbe una buona idea quella di venire a pranzo da noi, una di queste sere. Lei è dello stesso parere mio, dello stesso parere.

— A pranzo? — fece Martin, con accento così aggressivo, che l’altro ne sussultò.

— Dio mio, sì, sì... a pranzo. Oh! bisognerà contentarsi in casa del vostro vecchio direttore, eh? brigante! — fece egli, nervosamente, con un timido tentativo di frecciata, che voleva essere gioviale.

Martin scese la via, con una specie di torpore addosso. Si fermò all’angolo e diede uno sguardo vago in giro.

— Vorrei essere dannato, — mormorò, finalmente, — se il vecchio non ha avuto paura di me!

CAPITOLO XLIV.

Un giorno, nella via, la carrozza della signora Morse passò proprio accanto a Martin. Lei salutò sorridendo, egli ricambiò il saluto e il sorriso. L’incidente non lo sorprese punto. Un mese prima, ne sarebbe rimasto disgustato o impacciato e avrebbe cercato di rendersi conto del grado d’incoscienza della signora Morse. Ora, non ci pensò neppure un minuto: lo dimenticò come avrebbe dimenticato la banca centrale o City Hall, dopo essere passato davanti ad esse. Aveva il cervello in subbuglio, con i pensieri che vi giravano senza posa, sempre nello stesso cerchio. Al centro di questo cerchio le parole: «Ero lo stesso» gli rodevano il cervello, come un verme tenace rode un frutto. Le ritrovava svegliandosi, le udiva nei sonni; i più piccoli particolari della vita erano percepiti attraverso quelle parole: «Ero lo stesso»; cosicchè una logica implacabile lo indusse infine a concludere ch’egli non era nulla, assolutamente nulla. Mart Eden, il giovinastro, Mart Eden il marinaio, erano esistiti come tali; ma Martin Eden, il «celebre» scrittore, non esisteva: Martin Eden, il celebre scrittore, era un’illusione creata dall’immaginazione della folla. Ma egli non vi si lasciava prendere: non era quell’idolo che la folla adorava e al quale essa offriva il nutrimento in sacrifizio propiziatorio: egli sapeva il perchè nascosto di ciò. Lesse degli articoli sul suo conto e si stupì davanti ai ritratti nei quali fu incapace di scoprire la minima rassomiglianza con se stesso. Egli era colui che ha vissuto, vibrato, amato; colui il cui carattere mite e tollerante era pieno d’indulgenza per le debolezze della vita; colui che, al suo posto sul castello di prua di qualche nave, aveva navigato verso strani e lontani paesi; oppure colui che, alla testa di una banda di malandrini, aveva lottato in numerose risse. Egli era colui che tante migliaia di libri in biblioteca avevano spaventato e fatto indietreggiare la prima volta; e colui che s’era fatto strada tra essi e li aveva conquistati; era colui, infine, che punse con uno sperone la carne nuda per scacciare il sonno e lavorare oltre ogni limite di resistenza umana. Tutto questo era; ma non quella specie d’orco dal mostruoso appetito che il pubblico s’ostinava a voler inghiottire. Alcune cose nelle riviste illustrate lo divertivano, però.

Tutti si disputavano la gloria d’averlo lanciato: il Warren’s Monthly annunziò agli abbonati che, essendo sempre in cerca di novità letterarie, era stato esso a presentare, tra gli altri, Martin Eden ai lettori. Il Sorcio Bianco, reclamò la priorità, e lo stesso fecero la Rivista del Nord e il Makintosh’s Magazine; ma il Globo li fece tacere riesumando, dei suoi numeri, quelli che avevano pubblicato i «Poemi del Mare» così vergognosamente straziati. Gioventù e Maturità, risorta senza aver mai pagato i debiti, e letta soltanto da giovani provinciali, reclamò a sua volta. La Transcontinental raccontò in modo degno e convincente come avesse scoperto Martin Eden, prerogativa questa che però le fu contestata con calore da La Vespa, che mostrò a prova «La Peri e la Perla». Nella mischia, i modesti diritti di Singletree, Darnley e C. sparvero interamente. D’altra parte, questa casa che non aveva azioni in nessuna rivista illustrata, non seppe mai rivendicare i suoi diritti.