I giornali discussero dei guadagni di Martin Eden: in un modo o in un altro, trapelarono le magnifiche offerte di certe riviste illustrate; dei degni pastori di Oakland gli fecero delle visite amichevoli, e dei pitocchi di professione gli mandarono una valanga di lettere. Ma le donne erano peggiori; le sue fotografie furono disseminate, e degli scrittori s’occuparono della sua persona, descrivendo il suo rude volto abbronzato, sfregiato, le sue larghe spalle, i suoi chiari occhi tranquilli, e i suoi lineamenti emaciati, che definirono ascetici. Egli pensò alla sua giovinezza battagliera, e sorrise. Spesso, tra le donne che incontrava, questa o quella, lo guardava, lo valutava, lo sceglieva.

Ma egli non faceva che riderne; ricordava la minaccia di Brissenden e rideva di più; le donne non erano un pericolo per lui, di sicuro, avendo superato il tempo critico.

Una sera, avendo accompagnato Lizzie alla scuola serale, si vide fissato risolutamente da una donna elegante e graziosa. Quello sguardo era un po’ troppo insistente e prolungato. Lizzie ne capì il significato e si raddrizzò; furiosamente. Martin se ne accorse, come s’era accorto della causa, e le disse che era avvezzo a quelle cose e che se ne infischiava.

— Non dovreste infischiarvene! — rispose lei, con gli occhi lucenti di collera. — Non è possibile; voi siete malato!

— Non sono stato mai così bene! Peso dieci libbre più d’una volta.

— Non parlo del vostro fisico, ma della mente. C’è qualche cosa che non funziona bene, nella vostra macchina mentale. Persino io che sono niente, lo vedo!

Egli camminava a fianco di lei, pensoso.

— Darei non so che cosa per vedervi liberato da questo malore! — esclamò bruscamente. — Un uomo come voi dovrebbe provar piacere quando si sente guardato così da una donna! Non è naturale. È cosa che va bene per dei ragazzetti, ma voi siete un uomo. E, mi crediate o no, io sarei felice il giorno in cui vi capitasse una donna che vi piacesse.

Quand’ebbe lasciato Lizzie alla scuola serale, ritornò difilato al Metropole, e, giunto in camera sua, si lasciò andare su una grande poltrona e si mise a fissare il vuoto, davanti a sè. Non era in dormiveglia, non pensava a nulla: sentiva il cervello vuoto, e non vedeva nulla, se non, di tanto in tanto, delle macchie colorate, luminose che gli formavano delle immagini vaghe sotto le palpebre. Egli le vedeva come in sogno, eppure non dormiva. A un certo punto si raddrizzò e guardò l’ora; erano le otto precise. Egli non aveva nulla da fare, ed era troppo presto per andare a letto. Poi il cervello gli si vuotò nuovamente e altre immagini apparvero, e sparirono sotto le palpebre. Queste immagini erano tutte uguali fra loro; rappresentavano sempre delle masse di fogliame e di cespugli attraversati dai raggi ardenti del sole.

A un tratto, un colpo alla porta lo fece sussultare. Pensò che si trattasse d’un telegramma, d’una lettera... o fosse la stiratrice che gli portava la biancheria. Poi, gli passò per la mente il ricordo di Joe e si domandò dove potesse essere mai, mentre rispondeva: