— Avanti!

Pensava ancora o Joe e non si voltò neppure verso la porta, che si richiuse dolcemente. Seguì un lungo silenzio. Avendo dimenticato che avevano bussato, egli s’era immerso nuovamente nel suo torpore, quand’ecco che ode un singhiozzo di donna, un singhiozzo cupo, trattenuto, spasmodico. Allora si voltò e balzò in piedi.

— Ruth! — esclamò stupito, sconvolto.

Lei stava appoggiata alla porta; aveva il viso pallido e contratto e una mano sul cuore, come per frenarne i battiti. Poi lei tese le braccia verso di lui con aria supplichevole e fece un passo avanti. Egli le prese tutt’e due le mani e sentì ch’erano gelide. Dopo averla accompagnata alla poltrona, ne accostò un’altra e sedette sul bracciale di questa. Era come paralizzato da un profondo impaccio. Nella sua mente, quell’avventura era finita, seppellita; se per un colpo di bacchetta magica, la lavanderia delle Acque Termali di Shelley fosse stata trasportata di botto nell’Hôtel Metropole, presentandogli davanti agli occhi il lavoro di una settimana di stiratura di biancheria, certo non ne sarebbe rimasto annoiato. Parecchie volte fu sul punto di parlare, senza riuscire a trovare la frase adatta.

— Nessuno sa che io sono qui, — disse Ruth con voce fioca e con un sorriso supplice.

— Che dite?

Egli rimase stupito dal suono della propria voce.

Lei ripetè la frase.

— Ah, sì? — disse lui, domandandosi che cosa dire poi.

— Vi ho visto entrare e ho aspettato un po’.