— Be’, — finì per ammettere Joe con malagrazia. — Credevo che tu volessi sbarazzarti di me; mi sono ingannato. Ma sai, Mart, non mi vinci alla boxe: ho le braccia più lunghe delle tue.

— Ci metteremo i guanti, un giorno di questi, e vedremo! — disse Martin sorridendo.

— Sicuro! appena la lavanderia sarà avviata. — Joe allungò il braccio;

— Vedi questo? Be’, lo sentirai.

Martin emise un respiro di sollievo quando la porta si rinchiuse dietro il lavandaio. Diventava misantropo; di giorno in giorno, gli riusciva sempre più difficile mostrarsi cortese col prossimo. La presenza della gente l’annoiava, la loro conversazione l’irritava; egli diventava nervoso, e subito dopo il primo contatto, cercava un pretesto per sbarazzarsene.

Anzichè fare lo spoglio dello corrispondenza, egli rimase a poltrire sdraiato, per una mezz’ora, senza far nulla, quasi senza pensare. Poi si scosse, e incominciò lo spoglio. C’erano una dozzina di richieste d’autografi, che con uno sguardo solo egli riconobbe; delle richieste di danaro da mendicanti di professione; delle lettere di pazzi, dall’inventore d’una macchina a motore perpetuo e dallo scienziato che ha scoperto che la terra è l’interno d’una sfera vuota sino all’illuso, che chiede dei mezzi per comperare la penisola della California meridionale e fondarci una colonia comunista.

Poi delle lettere di donne che volevano conoscerlo; tra le quali una sola lo fece sorridere, perchè conteneva la ricevuta del noleggio della sedia in chiesa, quale prova di pietà e rispettabilità.

Redattori di giornali e di riviste e case editrici contribuivano in gran parte a formar la valanga quotidiana delle lettere: i primi gli si inginocchiavano per avere manoscritti; i secondi per avere i suoi libri. Poveri manoscritti disprezzati! E dire che per essi aveva impegnato tutto quanto possedeva, per lunghi penosi mesi! La posta gli portava anche degli chèques inaspettati dall’Inghilterra, per diritti di pubblicazione su traduzioni straniere.

Il suo agente inglese gli annunciava la vendita dei diritti di traduzione in tedesco per tre libri e l’informava che le edizioni svedesi sulle quali non gli spettava nulla — la Svezia non faceva parte della convenzione di Berna, — erano già in vendita. Gli si domandava anche il permesso di tradurre in russo una delle sue opere, essendo la Russia esclusa anch’essa dalla convenzione di Berna.

Egli esaminò il grosso mucchio di ritagli che l’Argo della Stampa gli mandava, lesse ciò che dicevano di lui e della sua voga, ch’era diventata incredibile. Ciò dipendeva senza dubbio dal fatto che tutta la sua produzione letteraria era stata lanciata al pubblico in un torrente magnifico che lo aveva preso d’assalto. Anche per Kipling era accaduto lo stesso: egli era quasi moribondo quando la folla capricciosa si mise di colpo a leggerlo. E questa stessa folla, — Martin se ne ricordava molto bene. — avendo letto Kipling e avendolo acclamato, senza però capirne neppure la prima parola, aveva poi fatto un brusco voltafaccia, mesi dopo, e l’aveva straziato per bene.