Martin, così pensando, ghignò. Certo, lo stesso trattamento avrebbero usato a lui.

Perchè no? Ebbene, egli avrebbe giocato a quella folla un bel tiro a modo suo: se ne andava laggiù nei mari del sud, dove avrebbe costruito la sua casa di verzura, commerciato in perle e copra, avrebbe saltato i banchi di scogli su fragili piroghe e pescato il pescecane, e cacciato la capra selvatica sui picchi che strapiombano nella vallata di Taiohae.

E, a un tratto, tutta la disperazione del suo stato gli apparve; vide chiaramente che era entrato in una via senza uscita. Tutta la vita che era in lui si avvizziva, svaniva, se ne andava verso la morte. Egli sentì in tutta la sua profondità il desiderio di dormire per sempre. Un tempo odiava il sonno che gli rubava momenti preziosi di vita: sulle ventiquattr’ore le quattro ore di sonno lo privavano di quattro ore di vita. Con quanto rammarico s’addormentava allora! Con quanto rammarico viveva ora! La vita non era buona; mancava di sale, aveva un sapore amaro. Ora, poichè tutta la vita che non aspira a continuare è prossima alla cessazione, Martin si mise per una china pericolosa. Un vago istinto di conservazione gli fece sentire che doveva partire al più presto.

Egli si guardò intorno, e il pensiero di dover fare le valige l’annoiò tanto che decise di farle all’ultimo momento. Intanto si sarebbe occupato del suo equipaggiamento.

Uscì, entrò in un negozio di strumenti da caccia e da pesca, e vi trascorse la mattinata a scegliere carabine automatiche, proiettili e lenze perfezionate. Ma per comperare la mercanzia in previsione di scambi futuri, gli bisognava giungere prima a destinazione, giacchè quel genere di commercio era soggetto, come gli altri, ai mutamenti della moda. D’altra parte, la sua mercanzia poteva comperarla in Australia. Questa soluzione lo sollevò: l’idea di iniziare un’attività qualsiasi gli ripugnava in quel momento.

Ritornò dunque all’albergo, pensando con gran contentezza alla comoda poltrona che l’aspettava, e lanciò un borbottio disperato quando, entrando in camera, trovò Joe che vi stava con gran sussiego. Joe era entusiasta della lavanderia; tutto era concordato: egli poteva prenderne possesso dal giorno dopo. Martin s’era steso sul letto e aveva chiuso gli occhi mentre l’altro chiacchierava. I suoi pensieri lo conducevano lontano, tanto lontano, ch’egli non s’accorgeva neppure di pensare. Doveva fare un vero e proprio sforzo per rispondere, a intervalli, a una domanda di Joe. Eppure, aveva avuto sempre dell’affetto per Joe. Ma ecco! Joe era troppo esuberante, e si espandeva in modo così chiassoso da stancare lo spirito malato di Martin ed esasperarne i nervi ipersensibili.

Quando Joe gli ricordò che dovevano fare una partita di pugilato, un giorno, loro due, egli avrebbe voluto urlare, dall’irritazione.

— Ricordati, Joe, che dovrai far funzionare la lavanderia secondo le regole che ti stavano a cuore, alle Acque Termali, — gli disse. — Un lavoro non eccessivo; niente lavoro notturno, e neppure ragazzi al cilindro; niente impiego di ragazzi; e salarî convenienti.

Joe fece un segno d’assenso, e mostrò il taccuino.

— Guarda, vecchio! Ho segnato qui le regole, prima di colazione, questa mattina. Che te ne pare?