Dal ponte della «Mariposa», al momento di levar l’ancora, egli vide sul viale Lizzie Connolly che si nascondeva fra la folla.

— Prendila con te, dunque! — gli soffiò una voce interiore. — È facile essere buoni; tu la farai tanto felice!

Divenne quasi una tentazione, quel pensiero; poi, un momento dopo, una specie di terrore l’invase, ed egli si voltò gemendo: — Povero vecchio mio, tu sei troppo malato!

Si rifugiò nella sua cabina di lusso, dove rimase nascosto sino al momento in cui il piroscafo fu uscito dal porto. Nella sala da pranzo, a colazione, ebbe il posto d’onore, a destra del capitano; e non tardò molto a scoprire ch’egli era il personaggio più cospicuo, a bordo. Ma giammai un gran personaggio diede meno piacere ai passeggieri d’un piroscafo. Egli passava il pomeriggio su un divano, sul ponte, con gli occhi chiusi, sonnecchiando quasi di continuo e, la sera, andando a letto presto.

Dopo due giorni, guariti dal mal di mare, i passeggieri apparvero tutti; e non incontrarono nessuna simpatia in lui; eppure, erano brava gente, simpatica, — fu costretto a riconoscerlo; — erano simpatici e cordiali, da buoni borghesi quali erano, con tutta la meschinità e frivolezza intellettuale del loro ambiente. La loro conversazione l’annoiava a morte. Quanto ai giovanotti, la loro esuberanza rumorosa e il loro incessante bisogno di prodigarsi, lo snervavano. Non stavano mai quieti; e dalla mattina alla sera, erano giochi, passeggiate, urla e corse folli da un capo all’altro per veder saltare le tartarughe marine o balzare i primi squadroni di pesci volanti.

Egli dormiva enormemente. Dopo colazione, si abbandonava sul divano, con una rivista illustrata che non leggeva mai. La stampa lo stancava; egli si domandava come mai le gente potesse avere ancora cose da raccontare, e riflettendo s’addormentava. Quando il gong lo svegliava per la merenda, si sentiva esasperato; era tutt’altro che allegro essere svegliato.

Egli tentò una volta di scuotere il suo letargo e si rifugiò nel castello di prua, a vedere i marinai; ma la loro mentalità sembrava mutata, dal tempo in cui viveva fra loro; e non gli riuscì di trovare nessun vincolo di cameratismo fra lui e quei bruti dalle facce stupide, dai cervelli di ruminanti. Egli era ridotto alla disperazione.

In alto, nessuno s’interessava di Martin Eden, per quello che rappresentava come uomo; in basso, non poteva più sopportare coloro che sarebbero stati suoi amici, un tempo. Come la luce troppo viva ferisce gli occhi stanchi di un malato, così la vita cosciente lo feriva, ed egli era accecato da quella luce abbagliante. Era una sofferenza, una intollerabile sofferenza. Mai, prima d’allora, Martin aveva viaggiato in prima classe; sul mare, era stato sempre sul castello di prua, al timone, o nelle cupe profondità delle stive carbonaie. Allora, quando s’arrampicava per uscir fuori del baratro soffocante, su per la scala di ferro, e scorgeva i passeggieri, biancovestiti, che oziavano o si divertivano, sotto tende che li riparavano dal sole e dal vento, serviti da stewards impeccabili che indovinavano i minimi bisogni, i più lievi desideri, allora gli pareva di scorgere perlomeno un cantuccio di paradiso. Oggi, egli era il gran personaggio di bordo, che il capitano faceva sedere alla destra, era bersaglio di tutti gli sguardi, e dal castello di prua sino alle caldaie, vagava invano in cerca del paradiso perduto.

Tentò di scuotersi, di trovare un soggetto interessante, si mischiò persino tra i sottufficiali; ma la loro banalità lo fece battere in ritirata. Chiaccherò con un quartiermastro, persona intelligente, che lo trascinò subito nella propaganda socialista e gli riempì le tasche di opuscoli e di volumetti di critica. Ascoltando quell’uomo che esponeva la morale degli schiavi, egli paragonò questa, languidamente, alla sua filosofia nietzschiana. Ma che valeva tutto ciò, in fin dei conti? Ricordò una delle più folli affermazioni di Nietzsche, quella della inesistenza della verità. Chissà? forse Nietzsche aveva ragione; forse la verità non era altro che un’illusione. Poi la stanchezza del pensare lo vinse, ed egli fu lieto di ritrovare il suo divano e di dormire.

In breve, nuove preoccupazioni lo assillarono. Che sarebbe avvenuto quando la nave fosse giunta a Tahiti? Bisognava scendere a terra, ordinare la mercanzia, trovare un battello in partenza per le isole Marchesi, compiere mille e mille cose il cui solo pensiero lo atterriva. Ogni volta ch’egli si sforzava di riflettere, il pericolo delle sue condizioni gli appariva. In verità egli avanzava nella Tetra Valle... s’inoltrava a gran passi, senza timore, e qui era il pericolo. La paura lo avrebbe riattaccato alla vita, ma, non avendo paura, affondava sempre più nelle tenebre. Le cose che l’incantavano un tempo, tutte le cose famigliari tanto amate, ora gli erano estranee.