— Avresti dovuto venire al cascinale di Riley, — dichiarò Jim, le cui idee mancavano di nesso logico. — C’era un mucchio di gente in baldoria. C’era un tipo meraviglioso di West-Oakland, che si chiama «Il Topo», agile come un’anguilla. Nessuno ha potuto farlo cadere. Noi ti abbiamo rimpianto. Dov’eri dunque, in conclusione?
— A Oakland, — rispose Martin.
— Allo spettacolo?...
Martin respinse il piatto e si alzò.
— Verrai al ballo questa sera? — gli gridò l’altro.
— No, non credo, — rispose egli.
Uscì e respirò l’aria a pieni polmoni. Quell’atmosfera lo aveva soffocato e la chiacchiera dell’apprendista l’aveva esasperato. In alcuni momenti aveva dovuto lottare con se stesso per non ficcargli la testa nella zuppa. Più l’altro ciarlava più Ruth sembrava allontanarsi da lui. Come avrebbe potuto, in quel gregge di bruti, diventar degno di Lei? Il compito che si era assunto lo atterriva, tanto si sentiva ostacolato dall’atavismo della sua classe. Tutto era coalizzato contro di lui per impedirgli di elevarsi: la sorella, la casa di sua sorella e la famiglia, Jim l’apprendista, tutti i conoscenti e i minimi vincoli relativi. Ed egli sentì che la vita aveva un sapore amaro per lui. Sin allora egli l’aveva accettata quale era, e trovata buona; non l’aveva interrogata, tranne nei libri; ma quei libri erano per lui come favole d’un mondo impossibile e magnifico. Ora che aveva visto quel mondo come reale e possibile, un mondo di cui quel fiore di donna, Ruth, era il centro, tutto il resto non era che amarezza, desiderî dolorosi e disperazioni esasperate dalla stessa speranza.
Egli aveva esitato fra la Biblioteca popolare di Berkeley e quella di Oakland; si decise per quest’ultima, perchè Ruth abitava a Oakland. Si poteva sapere?... Una biblioteca era un punto dov’ella capitava, ed egli avrebbe potuto incontrarla. Poichè egli ignorava il modo di regolarsi là, errò fra innumerevoli scaffali di romanzi, sino al momento in cui la gentile ragazza dall’aspetto francese che sembrava preposta al luogo, gli disse che il servizio delle informazioni era in alto. Egli, che non era abbastanza sicuro per rivolgersi all’uomo dal pulpito, si arrischiò nella sala riservata alla filosofia. Aveva sentito parlare di filosofia, ma non immaginava che tanti libri fossero stati scritti su questa materia. Gli alti palchetti che si piegavano sotto il peso dei grevi volumi, l’umiliarono e lo stimolarono nello stesso tempo. Quale buon compito pel suo cervello vigoroso! S’imbattè in libri di trigonometria nella sezione di matematica, li sfogliò e contemplò, incantato, formule e figure incomprensibili... Certo, egli comprendeva l’inglese, ma quell’inglese gli sembrò ebraico. Norman e Arturo conoscevano quella lingua; l’avevano parlata davanti a lui. Ed erano i fratelli di lei! Egli abbandonò la sala della filosofia disperato. Da tutti i lati i libri sembravano accostarsi a lui per dileggiarlo, sopraffarlo. Mai non s’era immaginato che la scienza umana potesse costituire una massa così imponente di libri, e questo lo spaventava. Come avrebbe potuto il suo cervello immagazzinare tutta quella roba?... Poi ricordò che altri, molti altri, lo avevano fatto; e, sottovoce ardentemente egli giurò a se stesso di far produrre al suo cervello ciò che altri avevano saputo far produrre al loro.
Vagò nuovamente, ora depresso, ora sperando, visitando gli scaffali zeppi di scienza. In una sezione di «varie» mise gli occhi addosso a un Epitome di Norric, e lo scorse con deferenza; finalmente, ecco un linguaggio che capiva; come lui, quell’uomo parlava del mare. Poi trovò un Bowditch e dei libri di Leckey e di Marshall. Ecco, imparava la navigazione. Cessato di bere, avrebbe lavorato e sarebbe diventato capitano, avrebbe potuto sposarla, se ella lo avesse voluto. E se non avesse voluto, be’, avrebbe vissuto una vita migliore fra gli uomini, a causa di Lei, e non avrebbe cessato meno di bere. Poi ebbe presenti gli assicuratori e gli armatori — padroni forzosi del capitano — che avrebbero potuto vessarlo e i cui interessi erano diametralmente opposti ai suoi. Egli lanciò uno sguardo attraverso la sala e abbassò gli occhi davanti ai diecimila volumi. Non più il mare per lui; c’erano infinite ricchezze in tutti quei libri, e se egli fosse riuscito a trarne grandi cose, le avrebbe compiute sulla terra. D’altra parte un capitano non può condurre con sè la moglie.
Venne mezzogiorno, poi il pomeriggio. Egli si dimenticò di mangiare e seguitò a cercar libri sulle buone maniere; giacchè, oltre che dalla scelta d’una professione, la sua mente era assillata da un problema più immediato; questo: se una signorina vi dice di farle visita, quando potete andare? Ma imbattutosi nella scansia dei libri in questione, cercò invano una risposta. I mille e uno arcani dell’etichetta lo confusero molto, ed egli si smarrì in un labirinto di casi vari riguardanti lo scambio di carte da visita fra gente della buona società. Egli si diede per vinto senza essere riuscito a trovare ciò che cercava, ma scoprendo che non basta la vita di un uomo per acquistare una perfetta conoscenza del modo di saper trattare, e che egli, personalmente, avrebbe dovuto consumar tutta la sua esistenza prima di imparare a diventare una persona di modi distinti.