— No, ho un «appuntamento» con — ed egli esitò — con una ragazza.
— Mi prendete in giro? — disse lei con gravità.
Egli la guardò negli occhi e rispose:
— Niente affatto, ve lo assicuro. Ma non potremmo vederci un altro giorno? Non m’avete detto ancora il nome vostro nè dove abitate.
— Lizzie, — rispose lei, raddolcita, e appoggiandosi a lui gli premeva il braccio. — Lizzie Connolly. E abito a Fifth and Market.
Egli chiacchierò qualche altro minuto e augurò loro la buona notte. Ma anzichè tornare direttamente a casa, andò sino all’albero, all’ombra del quale aveva sognato tante volte, alzò la testa verso la finestra e mormorò:
— L’appuntamento era con voi, Ruth. Son venuto.
CAPITOLO VII.
Dalla serata in casa di Ruth Morse, era trascorsa una settimana impiegata soltanto nella lettura; ed egli non aveva ancora osato ritornare da lei. Di tanto in tanto si faceva coraggio, ma davanti ai dubbi che l’assalivano finiva coll’indietreggiare. A quale ora bisognava andare? Nessuno poteva dirglielo, ed egli temeva di compiere un’irreparabile sciocchezza. Liberatosi dall’ambiente e dalle abitudini passate, e non avendo stretto nuove relazioni, non aveva altra occupazione che quella di leggere, e ne abusava in modo che un altro, dagli occhi meno resistenti, si sarebbe guastato la vista. Inoltre il suo cervello, vergine in tutto ciò che si riferisse al pensiero astratto, era maturo per una semina benefica, giacchè non era affaticato da studi, e s’accaniva nel lavoro intellettuale, con sorprendente tenacia.
Alla fine della settimana, gli parve, — tanto lontani egli vedeva la sua vita passata e l’antico modo di vivere, — d’aver vissuto cent’anni. Ma la mancanza di studi preparatorî lo impacciava molto. Egli tentava di leggere cose che richiedevano anni di applicazione, e poichè s’immergeva un giorno nella lettura d’un libro di filosofia antica, il giorno dopo in un altro di filosofia ultra moderna, nella testa gli turbinavano le idee più contradditorie. Con gli economisti, era lo stesso. Nella stessa fila, nella biblioteca, trovò Carlo Marx, Riccardo, Adamo Smith e Mill, e le idee astratte dell’uno non portavano punto alla conclusione che le idee dell’altro fossero superate. Egli era disorientato, ma assetato dal desiderio di istruirsi. In un giorno solo, l’economia sociale, l’industria, la politica, lo appassionarono. Nel Parco di City-Hall, aveva osservato un gruppo d’uomini in mezzo ai quali declamavano una mezza dozzina di persone, col volto infiammato, la voce eccitata, discutendo con calore. Egli si unì al pubblico ed ascoltò il linguaggio, per lui nuovo, dei filosofi popolari. Il primo era un vagabondo, il secondo un operaio, il terzo uno studente di legge e gli altri operai ciarloni. Per la prima volta egli udì parlare di socialismo, di anarchia, di tassa ridotta, e seppe che esistevano filosofi sociali contraddittorî. Udì centinaia di parole tecniche ignote, giacchè facevano parte di materie di studio ch’egli non aveva ancora iniziate. Gli fu impossibile perciò seguire bene i loro argomenti, e potè soltanto indovinare le idee espresse da frasi così nuove. C’era anche un garzone di caffè, teosofo, un fornaio agnostico, un vecchio che li confuse tutti con una teoria strana, affermando che «ciò che è, ha ragione d’essere», e un altro vecchio che perorò interminabilmente sul cosmo, sull’atomo-maschio, e sull’atomo-femmina.