Dopo parecchie ore, Martin Eden se ne andò completamente abbrutito, e corse alla biblioteca per studiare la definizione di una dozzina di parole inusitate. E ne uscì portando sotto braccio quattro volumi della signora Blavatsky: La dottrina occulta, Povertà e Progresso, La Quintessenza del Socialismo. Disgraziatamente egli incominciò con La Dottrina Occulta, ogni rigo della quale era irto di parole polisillabe ch’egli non comprendeva. Seduto sul letto, con un dizionario aperto accanto al libro, egli cercava tante parole di cui aveva già dimenticato il significato, quando gli si ripresentavano, così che doveva cercarle nuovamente. Finalmente stanco, egli si decise a scrivere quelle parole su un taccuino, e in breve ne riempì pagine intere. Ma non capiva più di prima. Lesse sino alle tre del mattino; il cervello pareva che gli dovesse scoppiare, senza essere riuscito ad afferrare una sola idea essenziale del testo. E allora si fermò: la camera parve beccheggiare, rullare, immergersi come nave in mare; così che, furibondo, egli lanciò la Dottrina Occulta per la camera, bestemmiando sino a vuotare il sacco, spense il gas... e s’addormentò.

Con gli altri tre volumi non ebbe maggior fortuna. Eppure non aveva un cervello debole o pigro; avrebbe potuto comprendere quelle idee, senza quella mancanza di abitudine alla riflessione, e senza l’ignoranza dei mezzi tecnici per riuscirvi. Egli intuì questo, e si fermò un po’ nel proposito di non leggere altro che il dizionario, sino al giorno in cui avesse potuto capire tutte le parole. La poesia, pure, era una grande consolatrice per lui; egli ne leggeva molta, preferendo i poeti semplici, che capiva meglio. Come la musica, la poesia lo commuoveva profondamente; cosicchè, sebbene inconsciamente, egli preparava la mente alla fatica più ardua che avrebbe dovuto affrontare. Le pagine bianche della sua mente si riempivano di cose ch’egli amava, dimodochè egli potè in breve, con sua grande gioia, recitare poemi interi che gli piacevano. Poi scoprì i Miti Classici di Gayely, e l’Epoca Mitologica di Bullfinch, che empirono di una grande luce la sua totale ignoranza dell’argomento; e, più che mai, egli si mise a divorar poesia.

In biblioteca, l’uomo dal pulpito aveva visto così spesso Martin, ch’era diventato molto cortese, accogliendolo ogni giorno, all’ingresso, con un sorriso e un cenno del capo. Incoraggiato da questo atteggiamento, Martin, un bel giorno, s’arrischiò, e mentre l’uomo appuntava le sue carte, egli lanciò con un certo sforzo:

— Dica un po’, io vorrei domandarle una cosa...

L’uomo sorrise e attese.

— Quando lei incontra una signora che la prega di andarle a far visita, quando può andarci?

Martin sentiva che la camicia madida di sudore gli s’attaccava alle costole, tanto era imbarazzato.

— Be’, quando vuole! — rispose l’uomo.

— Sì, ma il caso è diverso, — spiegò Martin — Lei... io... Senta, la cosa è così. Può darsi che lei non sia in casa, giacchè frequenta l’università.

— Ritorni, allora!