— A proposito, signor Eden, — fece lei nell’uscire dalla camera, — che cos’è una «cotta»? Lei l’ha ripetuta parecchie volte.

— Oh! una cotta? — esclamò lui ridendo. — È una parola del gergo!

— Senta! non usi in questo caso il pronome «si» ma «io», — obbiettò la giovane scherzosamente.

Quando lei tornò colla grammatica, accostò la poltrona (egli si domandò se doveva aiutarla) e sedette accanto a lui. Leggendo insieme, le loro teste chine si sfioravano; così ch’egli poteva a malapena seguire le sue spiegazioni, tanto quella vicinanza deliziosa lo turbava. Ma quando lei incominciò a mostrargli l’importanza delle coniugazioni, egli dimenticò tutto. Non aveva mai udito parlare di coniugazioni, e fu meravigliato di quanto intravedeva, circa la composizione della lingua. Egli si chinò di più sul libro, e i capelli biondi gli accarezzarono la guancia. Una volta sola era svenuto, nella vita, e poco mancò che non svenisse la seconda volta; respirava a stento; tutto il sangue parve che gli affluisse alla gola dal cuore, come per soffocarlo. Mai lei gli era sembrata così accessibile; pel momento, era gettato come un ponte sul baratro che li separava. Eppure il suo rispetto per lei non era punto diminuito; lei non era discesa dalle altezze; ma era lui a innalzarsi fra le nubi verso di lei, tanto il sentimento rimaneva fervido e immateriale. Gli sembrò di avere illecitamente toccato un tabernacolo sacro, e con premura allontanò la sua testa da quel contatto delizioso che l’aveva elettrizzato in tutta la persona, senza che lei s’accorgesse minimamente della cosa.

CAPITOLO VIII.

Passarono parecchie settimane, durante le quali Martin Eden s’applicò alla grammatica, ripassò il libro delle buone maniere e divorò i volumi che lo attraevano. Non vide nessuno del suo ambiente. I frequentatori assidui del Club del Loto si domandavano che cosa gli fosse accaduto, e opprimevano Jim di domande, e qualche giovanotto, di quelli che soperchiavano nel «Kiley’s», si rallegrava dell’assenza di Martin.

Egli aveva fatto in biblioteca la scoperta di un nuovo tesoro. Come la grammatica gli aveva mostrato la composizione della lingua, quel tesoro gli mostrò quella della poesia, ed egli potè così imparare delle nozioni circa la metrica, la rima, la forma, insomma delle cose che gli piacevano. Un altro volume trattava della poesia come arte rappresentativa, con tante citazioni tratte dalle opere più belle. Nessun romanzo lo aveva appassionato come quei libri; e il suo cervello di vent’anni, maturo per il lavoro intellettuale, riteneva quelle letture con un potere di assimilazione insolito in cervelli anche meglio preparati.

Allorchè egli guardava al passato, dall’alto del cammino percorso, il vecchio mondo da lui conosciuto, il mondo della città e del mare, dei marinai e delle ragazze facili, gli appariva molto meschino; eppure, quel vecchio mondo si congiungeva col nuovo, così che egli rimase stupito nello scoprire i punti di contatto che li univano. L’altezza del pensiero, tutta la bellezza ch’egli trovava nei libri, lo nobilitavano, ed egli ne era cosciente, al punto di credere, più fermamente che mai, che nella classe di Ruth e della sua famiglia tutti pensassero in modo così elevato e bello e vivessero nello stesso modo. Nella suburra dov’egli viveva, stava la bruttura, ed egli decise di purificarsi delle brutture che avevano lordato tutta la sua vita passata e di innalzarsi sino a quelle elevate regioni nelle quali vivevano le classi superiori. La sua infanzia e la sua adolescenza erano state continuamente turbate da una vaga irrequietezza; senza sapere ciò che desiderasse, egli desiderava qualche cosa che aveva cercato invano, sino al giorno in cui aveva incontrato Ruth. Ora quell’irrequietezza era diventata acuta, dolorosa, giacchè sapeva finalmente, chiaramente, che cosa gli occorresse: la bellezza, la cultura intellettuale e l’amore.

Durante alcune settimane, vide Ruth cinque o sei volte, e ogni volta fu un nuovo progresso. Lei lo aiutava a parlare correttamente, ne correggeva l’inglese, e gli fece incominciare lo studio dell’aritmetica. I loro colloquii non erano, d’altra parte, limitati a quei secchi studi elementari. Egli aveva visto troppe cose, aveva la mente troppo matura, per contentarsi di frazioni, di radici cubiche, d’analisi e di coniugazioni; parlavano, a volte, degli ultimi libri ch’egli aveva letti, dell’ultimo poema studiato. E quando lei gli leggeva ad alta voce i suoi brani prediletti, egli era al colmo della gioia. Non aveva sentito mai voce come quella: la minima intonazione lo inebriava, e ogni parola che lei pronunziava, lo faceva rabbrividire in tutta la persona. Ascoltando, egli ricordava le vociferazioni acute delle femmine selvagge, delle megere avvinazzate, e — meno atroci, ma ugualmente sgradevoli nel ricordo — voci acute e stridule di popolane. Poi le rivide nell’immaginazione; le vide sfilare come gregge miserabile, ognuno dei quali esaltava, al confronto, le qualità di Ruth. E il sentire che leggendo le opere che aveva letto lei poteva vibrare delle stesse gioie, gli raddoppiava il godimento. Essa gli lesse una gran parte de La Principessa, e spesso vide i suoi occhi pieni di lacrime, tanto la sua natura estetica risentiva della bellezza. In quei momenti egli si sentiva simile a un Dio! La guardava, l’ascoltava, gli pareva di vedere il viso stesso della vita e di scoprirne i segreti. Allora, cosciente del grado di sensibilità acquistato, egli si diceva che in ciò consisteva veramente l’amore, sola ragione d’essere al mondo. Egli ripassava nella mente il ricordo di tutti i brividi sentiti, delle fiamme d’un tempo, e dell’ebbrezza dell’alcool, dei baci delle donne, degli occhi violenti, della febbre dei colpi dati e ricevuti, e tutto ciò gli sembrava triviale e basso, accanto a quel sublime ardore che lo trasportava.

Quanto a Ruth, era una condizione di cose molto buia. Essa non aveva alcuna esperienza personale delle cose del cuore, essendo stata avvezza dalle sue letture a vedere i fatti soliti della vita trasposti, da una letteratura fantastica, nel dominio dell’irreale. E lei non immaginava che quel rude marinaio le s’insinuasse nel cuore, dove s’accumulavano a poco a poco energie latenti che, un bel giorno, l’avrebbero infiammata tutta quanta. Lei non s’era ancora scottata al fuoco d’amore, ma aveva, dell’amore, una conoscenza puramente teorica, concependolo come la fiamma leggera, soave, d’una lampada fedele, come una fredda stella lucente nel cupo velluto d’una notte d’estate. Le piaceva immaginarselo come un placido affetto, come il dolce culto d’una creatura in una atmosfera calma, profumata di fiori, dalle luci attenuate. Non immaginava neppure vagamente le vulcaniche scosse dell’amore, l’ardenza divoratrice dei suoi fuochi e i suoi deserti di cenere. Le forze dell’amore le erano ignote; gli abissi della vita si trasformavano per lei in oceani d’illusioni. L’affetto coniugale tra i suoi genitori le sembrava l’ideale delle affinità tra innamorati, e aspettava tranquillamente il giorno in cui, senza scosse nè complicazioni, lei sarebbe passata, dalla sua vita di giovanetta, a una vita in due, dello stesso genere, pacifica e tenera.